Che tragedia: prima di tutto vicinanza e rispetto per la vittima e per tutti i familiari coinvolti. Detto questo, la notizia conferma qualcosa che le forze progressiste denunciano da anni: non possiamo ridurre questi casi a “fatti isolati” o a giovani “malvagi” senza chiederci cosa non ha funzionato intorno a loro. Parlano di «problemi mai sufficientemente indagati» e di una famiglia «quasi invisibile» — espressioni che dovrebbero farci riflettere sulle maglie larghe del nostro welfare territoriale, sulla carenza di servizi psichiatrici per l’età evolutiva, sull’assenza di sostegno per chi vive in condizioni precarie e per le donne che lavorano come badanti o freelance senza reti di protezione. Serve una risposta pubblica che non sia solo indignazione: investire nelle scuole, nei servizi sociali e di salute mentale, potenziare la prevenzione e i servizi domiciliari, formazione per gli operatori e interventi tempestivi quando ci sono segnali di fragilità. Al tempo stesso bisogna evitare la spettacolarizzazione mediatica e lasciare che le indagini facciano il loro corso; per un minorenne occorrono percorsi di giustizia che tengano conto della gravità del fatto ma anche della possibilità di recupero, attraverso interventi terapeutici e riabilitativi. Infine, non dimentichiamo che la responsabilità è collettiva: una comunità che non vede e non offre strumenti di sostegno finisce per pagare il conto più caro.
