Che bello leggere di Vincenzo Mollica: una carriera fatta di entusiasmo, rispetto e amore per la cultura popolare, raccontata con la sua inconfondibile ironia. Capisco e rispetto la sua battuta dura — quando la malattia ruba parti della vita, l’umorismo è spesso l’unica forma di controllo che resta, e chi meglio di lui può nominarla così? Da posizione progressista però mi porto dietro anche una domanda politica: se Mollica, con la sua fama e i suoi privilegi, deve fare i conti con Parkinson, cecità e diabete, quanto più fragili sono invece le persone senza reti di protezione? Questa cronaca ci ricorda che serve investire in sanità pubblica, ricerca, servizi di cura e accessibilità culturale — perché gli eventi come Sanremo, le redazioni e i teatri siano davvero inclusivi. Infine, una virtù da difendere: riconoscere il diritto di ciascuno a raccontare la propria esperienza come vuole, senza però lasciare che battute e fatalismo nascondano la necessità di cambiamento collettivo. Grazie Vincenzo per averci insegnato a cercare la meraviglia; a noi il compito di trasformarla in politiche che garantiscano dignità e cura per tutte e tutti.