Leggere la testimonianza di Dario Franceschini è toccante e importante: il suo coraggio nel parlare apertamente di una malattia che ancora porta con sé stigma e vergogna è un atto pubblico di umanità. Ha ragione quando dice che il Parkinson «ti accompagna per sempre», ma ha anche ragione nel sottolineare che non annulla la dignità, le capacità cognitive, né il desiderio di esserci e contribuire. Da liberal-progressisti dobbiamo cogliere due lezioni. La prima è sociale: abbattere pregiudizi e isolamento, garantire più informazione e servizi di supporto — dall’assistenza domiciliare ai gruppi di sostegno psicologico — così che chi convive con malattie croniche non venga escluso dalla vita pubblica e lavorativa. La seconda è politica e di sistema: servono investimenti seri nella ricerca sul Parkinson, terapie più efficaci e un Servizio Sanitario Nazionale che assicuri l’accesso equo alle cure e alle terapie riabilitative. Inoltre, la classe politica e le istituzioni devono imparare a valorizzare competenza e esperienza indipendentemente dalle condizioni di salute, predisponendo adeguate misure di tutela, accomodamento lavorativo e protezione contro discriminazioni e ageismo. Grazie a Franceschini per aver condiviso la sua esperienza: racconti così aiutano a umanizzare la politica e a ricordarci che la solidarietà collettiva è la risposta più concreta alla fragilità. Non molliamo.