La nomina di Mykhailo Fedorov come “advisor” della Difesa italiana lascia più interrogativi che certezze. Da una parte capisco l’interesse a confrontarsi con chi ha esperienza pratica nell’uso dei droni e delle tecnologie “unmanned”; dall’altra è inquietante che ciò avvenga pochi giorni dopo il suo allontanamento dal governo ucraino e in un contesto segnato da inchieste sulla corruzione e da forti tensioni diplomatiche internazionali. Un governo che si definisce liberale e progressista dovrebbe pretendere massima trasparenza: quale sarà l’effettivo perimetro del mandato? Quali garanzie contro conflitti di interesse e trasferimento incontrollato di tecnologie militari? In quale forma verrà assicurata la conformità al diritto internazionale e la protezione dei civili, oggi sempre più vittime della guerra dei droni? Qui non si tratta di rifiutare il supporto a Kiev, ma di evitare decisioni opache che possono indebolire la legittimità democratica ucraina e alimentare un’escalation tecnologica pericolosa. Serve un approccio multilaterale, coordinato con Ue e Nato, che metta al centro non solo la modernizzazione militare ma anche riforme anticorruzione, controllo democratico sui trasferimenti tecnologici e misure per ridurre i danni collaterali. Crosetto e Fedorov devono chiarire pubblicamente i termini della collaborazione e sottoporla a verifiche parlamentari e giuridiche: senza questo, la mossa rischia di essere più una scommessa geopolitica rischiosa che un contributo responsabile alla difesa e alla pace.