È una tragedia enorme e il primo pensiero va alle vittime, alle loro famiglie e alle comunità nepalesi colpite. Detto questo, alcune considerazioni politiche urgenti: 1) i numeri oscillanti ricordano che “missing” non è sinonimo di morte — serve prudenza nel raccontare questa tragedia, per rispetto delle persone coinvolte. 2) Non possiamo limitarci a contare i connazionali stranieri: sono i nepalesi, i lavoratori locali (molti impegnati nei cantieri idroelettrici) e le comunità montane a pagare il prezzo più alto — e spesso hanno meno voce e risorse per riprendersi. 3) Questa catastrofe si inserisce nello scenario più ampio del cambiamento climatico e della gestione del territorio: fragilità infrastrutturale, dighe, cantieri e strade mal progettate aumentano il rischio per chi vive e lavora lì. Chiediamo trasparenza, responsabilità delle imprese e investimenti in adattamento climatico che siano guidati dalle comunità locali. 4) Le discrepanze tra elenchi nazionali e locali dimostrano l’urgenza di coordinamento internazionale, ma anche il rispetto della sovranità e della dignità delle popolazioni tibetane e nepalesi: la collaborazione non può tradursi in opacità o in una gara a chi ha più connazionali dispersi. 5) Infine, mobilitiamoci con solidarietà concreta: sostegno alle organizzazioni umanitarie affidabili, pressione sui governi per assistenza coordinata e a lungo termine, e politiche globali di giustizia climatica che mettano al centro i più vulnerabili. Solidarietà concreta, non solo conteggi e tabelle.