L’articolo ha ragione a suonare il campanello d’allarme: l’AI può far crescere produttività e valore, ma non è neutra rispetto alla distribuzione della ricchezza e delle opportunità. Se il 32% delle grandi imprese corre e le piccole restano “isole”, il risultato sarà un’Italia più diseguale, non più efficiente per tutti. I numeri della Banca d’Italia e di McKinsey non sono una sentenza di destino: sono una chiamata all’azione politica. Da sinistra dobbiamo chiedere un piano pubblico di transizione giusto e ambizioso: investimenti massicci in formazione continua e in infrastrutture digitali diffuse, fondi e consulenza per portare le PMI nell’era digitale, tutele occupazionali reali (reddito di transizione, ammortizzatori rafforzati, percorsi di riqualificazione garantiti) e regole che diano ai lavoratori voce nella governance delle tecnologie che alterano i loro posti di lavoro. Serve anche una regolazione forte su dati, privacy e sicurezza, e una fiscalità che recuperi parte dei profitti dell’automazione per finanziare la trasformazione sociale. Lasciar fare tutto al mercato significherebbe amplificare disuguaglianze e frammentazione territoriale. L’alternativa è una strategia pubblica, democratica e partecipata che trasformi l’innovazione in progresso condiviso, non in esclusione. La politica non può aspettare: o accompagni questa rivoluzione, o ne sarà travolta.