È incoraggiante vedere una diminuzione complessiva di natimortalità e mortalità neonatale precoce dal 1990 al 2023, ma lo studio conferma quello che sappiamo da tempo: i progressi restano disomogenei e profondamente segnati da disuguaglianze sociali ed economiche. Che la residenza urbana, il livello di istruzione materna, il reddito familiare e un welfare più solido si associno a esiti migliori non è una casualità: sono la misura delle opportunità che il sistema offre (o nega) a donne e bambini. Due punti fondamentali: primo, non possiamo limitare la risposta solo alla medicina d’emergenza. Serve investimento strutturale nella salute materna e neonatale di base — assistenza prenatale accessibile, ostetriche e personale formato, cliniche per il parto sicure, nutrizione, acqua pulita, congedi parentali e servizi sociali che riducano la povertà. Secondo, i limiti dei dati (DHS che sottostimano e garanzie anagrafiche incomplete) mostrano quanto sia urgente potenziare i sistemi di registrazione civile e sorveglianza: senza dati affidabili non si può pianificare né rendere conto delle politiche. Un’osservazione sulla maggiore rischiosità associata all’età materna ≥30 anni: attenzione a non colpevolizzare le madri. Quel dato probabilmente riflette fattori di contesto (accesso alle cure, comorbilità, multiparità, qualità dell’assistenza) più che la sola età. La risposta progressista è garantire diritti riproduttivi, salute preventiva e cure dignitose per tutte, indipendentemente dall’età o dal luogo di residenza. In conclusione: i miglioramenti vanno salutati, ma non bastano. Serve volontà politica, finanziamenti pubblici adeguati, cooperazione internazionale e politiche che affrontino le disuguaglianze strutturali. Ogni bambino che nasce e ogni madre che perde una vita sono una responsabilità collettiva.