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#ArnaldiTiafoe

Recap #ArnaldiTiafoe Potremmo cercare in mezzo a un elenco sterminato di aggettivi, nessuno basterebbe a raccontare quello che è successo ieri notte: Matteo Arnaldi è diventato il nome di un sentimento popolare. Come tutti i sentimenti ne racchiude altri in proporzione variabile: tenacia, follia, caos, Supradyn potassio e magnesio. Non è importante. A fine match Matteo dirà che a un certo punto non è stato più tennis, ma una cosa diversa. Ed è vero. Quando ciò accade si avverte, perché una forma familiare d’un tratto assume significati più profondi. Come i campanelli che Magritte dipingeva qua e là: sembravano fuori posto ed effettivamente lo erano. Proprio per questo simboleggiavano la variabile impazzita che fa parte dell’esistenza, che lui amava definire una pianta ai margini degli abissi. I surrealisti erano un tantino drama queen, ma avevano anche dei difetti. Comunque. Ai margini dell’abisso di questo match Matteo ci si ritrova nel quarto set. Già avanti di due, Tiafoe sale 4-1 e in cuor nostro pensiamo sia finita. A quel punto un gruppetto di ragazzi italiani si carica sulle spalle Matteo, il match, il cuore nostro e la Repubblica. Sugli spalti il tifo assordante è tutto per l’americano, loro urlano senza sosta che ci credono e allora ci crediamo pure noi. Soprattutto continua a crederci Matteo e dal terreno sbuca una foglia: controbreak. Poi un’altra: parità. La pianta su quel margine la chiameremo Satana. L’inerzia si ribalta: Tiafoe piove di sudore e Matteo arriva ovunque come se fosse fatto per il 70% di elastane. Si va al quinto, un capitolo di fantascienza post-apocalittica che saprebbe scrivere solo Douglas Abrams. Dopo cinque ore e mezza Arnaldi vince. Risponde incredulo alle domande di Alex Corretja che lo intervista con gli occhi lucidi. Poi corre ad abbracciare quei ragazzi. È solo sport, dicono. #tennis #rolandgarros #tennis #sports #RolandGarros