Il problema di commentare Musetti è l’impossibilità, per molti, di sottrarsi all’ipnosi collettiva del rovescio a una mano. È come certe specie in via d’estinzione da proteggere a tutti i costi, pure controvoglia, come quell’attaccabrighe del delfino rosa dell’Amazzonia. Da qualche tempo il servizio sembrava aver trovato una quadra, dopo gli aggiustamenti del movimento e soprattutto del lancio di palla. Eppure è di nuovo regredito in modo significativo. Se sulle questioni tecniche pesano gli infortuni e il naturale bisogno di rodaggio, sull’atteggiamento no. È tornato passivo, puntando quasi tutto sugli attimi di magia del rovescio lungolinea. Per quanto sia bello, non basta un delfino a costruire un intero ecosistema. Mentre scrivo, mi rendo conto di quanto sia inutile parlare per l’ennesima volta della testa o del team. Sono vecchi discorsi che durano quanto una piantina di basilico. Una domanda invece mi insegue: perché Musetti ha la capacità di irritare così tanto le persone? C’è qualcosa di profondamente fastidioso nel suo immobilismo, perché almeno una volta nella vita l’abbiamo sperimentato tutti. Al lavoro, nelle relazioni, nello studio. L’ignavia è il peggiore dei peccati, diceva Dante. Vederla negli altri, irrita sia chi la combatte, sia chi convive col senso di colpa di non provarci mai. Musetti non è l’eroe coraggioso. Non ha i doni trascendenti dei campioni. Non è un esempio immacolato. Dubita, si ritrae. A volte pensa di aver imparato e invece no. Come noi, quando andiamo a sbirciare i social degli ex. Lorenzo dà fastidio perché mostra lati umani che non vogliamo vedere. Forse è proprio per questo che continuiamo a proteggerlo, pure controvoglia, come il delfino rosa. Anche se è un attaccabrighe. #musetti #tennis #tennis #sport #mentalità