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#RybakinaSabalenka

Sabalenka - Ribakina #usopen Aryna Sabalenka ha appena perso la quarta finale slam sulle ultime cinque giocate. Per tutto il match ha seguito una sceneggiatura di Ferzan Özpetek: drammi, isterie plateali, pianeti contro. Alla fine, spacca la racchetta e si siede accanto al fidanzato. Poi, fissa il vuoto ingioiellata da capo a piedi. È La bevitrice d’assenzio di Degas: stessa scena, ma in un cafè di Montmartre di fine ‘800. Per Elena Rybakina, invece, tutto è accaduto in una stanza dentro la sua testa. Si è presa il primo posto del ranking e ha vinto il terzo slam, il secondo in un anno. Giocando così bene, che su un’isola deserta porteremmo un barattolo di Nutella e il suo rovescio. In un impeto di euforia abbraccia il team, come si fa col commercialista per gli auguri di Natale. Due modi opposti di stare a questo mondo, ma certamente autentici. È più facile empatizzare con Aryna, perché siamo abituati a confondere l’emozione con la sua rappresentazione. Perché siamo figli dell’emotività performativa, in 4k e formato IMAX. Un sentimento privato è anche un atto sociale. Diversamente, si fa fatica a leggerlo. Un analfabetismo che non tollera le scale di grigio e tutto ciò che richiede uno sforzo di comprensione. La verità, è che la retorica sul coraggio di mostrarsi sempre e comunque, urbi et orbi, è un concetto da tazze con le scritte motivazionali. Da buongiornissimi. Aryna se la caverà con l’ironia che fa parte di lei. Come quella tigre tatuata, che in realtà in natura dorme 20 ore al giorno. Se potessi, direi ad Elena mille volte grazie per questa gioia immensa. Lei risponderebbe ok. #tennis #RybakinaSabalenka #tennis #USOpen #sport