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Agostino Marottoli

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Agostino Marottoli

Sociologo
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La gestione della sicurezza urbana a Trieste ovvero il fallimento strutturale del populismo penale e la distorsione delle risorse pubbliche... Propongo una riflessione sociologica della situazione a Trieste, città che da storico crocevia multiculturale, si ritrova adesso a fare i conti con fenomeni di insicurezza, intolleranza, chiusura umana, politica e sociale. La trasformazione delle dinamiche di sicurezza nel contesto triestino evidenzia una profonda divergenza tra la percezione politica della minaccia e la reale evoluzione della criminalità urbana. Negli ultimi anni, a partire dall'idea di un muro lungo il confine della regione fino alla recinzione di Piazza Libertà, la gestione dell'ordine pubblico locale ha registrato un costante orientamento delle risorse operative verso il contrasto dei flussi migratori transfrontalieri, affrontati mediante logiche emergenziali anche in assenza di riscontri oggettivi circa una loro pericolosità sociale intrinseca. Tale focalizzazione simbolica non è priva di effetti, anzi, il principale è quello che ha generato il ridimensionamento dei presidi di vigilanza e di controllo all'interno del tessuto cittadino, favorendo l'insorgere di fenomeni di microcriminalità, degrado materiale e devianza diffusa nelle aree centrali e periferiche del territorio urbano. La risposta proposta dalle amministrazioni nazionali, regionali e locali di orientamento conservatore e di destra si è concentrata sulla progressiva marginalizzazione delle politiche di prevenzione sociale, preferendo l'adozione di misure coercitive e l'inasprimento della risposta sanzionatoria. Questa impostazione poggia sul paradigma dell'efficacia della deterrenza penale, un modello teorico ampiamente decostruito dalla ricerca criminologica e giuspenalistica contemporanea. L'evidenza scientifica attesta da tempo che l'aumento della severità delle sanzioni e la repressione meramente reattiva non generano una riduzione della frequenza dei reati, provocando piuttosto lo spostamento della criminalità verso zone meno presidiate e l'incremento dell'insicurezza percepita dalla cittadinanza (Pratt et al., 2006; Tonry, 2018). L'adozione di modelli riconducibili al populismo penale (Wacquant, 2009) risponde all'esigenza di catalizzare il consenso attraverso la costruzione simbolica di una minaccia esterna, incarnata dalla figura del migrante alla frontiera, invece di affrontare la complessità dei problemi sociali urbani. Le analisi empiriche confermano che gli interventi basati esclusivamente sulla militarizzazione e sulla punitività ignorano i fattori causali fondamentali della devianza, quali l'isolamento sociale, la carenza di reti educative territoriali e l'abbandono degli spazi pubblici (Currie, 2007). L'allontanamento delle forze dell'ordine dal controllo capillare del centro urbano triestino in favore del pattugliamento di confine configura, di conseguenza, un fallimento strategico privo di fondamento scientifico. La costruzione di una sicurezza reale ed effettiva richiede l'abbandono della retorica emergenziale, a favore di interventi integrati incentrati sulla prevenzione socio-strutturale, sulla riqualificazione urbana e sulla coesione sociale. Per chi volesse approfondire i temi, leggete: Currie, E. (2007). Against marginality: For a critical criminology of violence. Theoretical Criminology, 11(2), 175-190. Pratt, T. C., Cullen, F. T., Blevins, K. R., Daigle, L. E., & Madensen, T. D. (2006). The empirical status of deterrence theory: A meta-analysis. In F. T. Cullen, J. P. Wright, & K. R. Blevins (A cura di), Taking stock: The status of criminological theory (pp. 367-395). Transaction Publishers. Tonry, M. (2018). An honest and sane approach to policing and crime control. Criminology & Public Policy, 17(4), 781-789. Wacquant, L. (2009). Punishing the poor: The neoliberal government of social insecurity. Duke University Press. #Trieste #sicurezza

VENDETTA, POLITICA E DEMOCRAZIA: una visione sociologica Il caso giudiziario del gioielliere condannato per l'omicidio di alcuni rapinatori in fuga ha superato i confini delle aule di tribunale, trasformandosi in un acceso dibattito pubblico e questo stimola l’interesse del sociologo. Se osservata attraverso le categorie sociologiche di Pierre Bourdieu, questa vicenda cessa di essere un isolato fatto di cronaca o una questione di dottrina penale, configurandosi come una chiara manifestazione delle tensioni strutturali che attraversano lo spazio sociale, in particolare nel rapporto tra il campo giuridico, il mondo dei profani e il campo politico. Il campo giuridico si costituisce storicamente come uno spazio sociale autonomo, regolato da logiche proprie e accessibile solo a professionisti dotati di specifiche competenze linguistiche e tecniche (giudici, avvocati, giuristi, ecc.). Quando i magistrati emettono una sentenza di condanna basata sul rigido scrutinio della legittima difesa, applicando i requisiti di attualità del pericolo e proporzionalità, esercitano il potere tipico del campo ovvero il potere di nominare, classificare e produrre la realtà sociale in modo legittimo. L'evento drammatico viene spogliato della sua carica emotiva e tradotto in categorie codificate dalla legge. A questa razionalizzazione formale si contrappone l'habitus dei profani, ovvero dei cittadini comuni, la cui percezione della giustizia risponde a un senso pratico immediato. Per una parte consistente dell'opinione pubblica, la condanna dell'esercente appare incomprensibile perché urta contro schemi cognitivi basati sulla tutela emotiva della proprietà privata e sul principio della compensazione morale rispetto al torto subìto. Si manifesta così una frattura netta tra la neutralizzazione formale della violenza operata dallo Stato e le istanze etiche, spesso disorganiche, del pubblico non specialista. Sotto il profilo della sociologia del diritto, il contrasto tra l'azione del gioielliere e la risposta dell'ordinamento richiama il principio fondativo dello Stato moderno cioè la rinuncia da parte del cittadino al proprio diritto di vendetta privata. Nel patto sociale stabilito all’interno degli Stati di diritto, l'individuo cede la gestione della giustizia riparativa (vendetta) a un'entità terza e impersonale, lo Stato, la quale assume su di sé il monopolio della forza legittima. La reazione del gioielliere, che colpisce i rapinatori durante la fuga, viene interpretata dal campo giuridico come un tentativo di riappropriarsi di quella violenza privata originaria che il contratto sociale ha storicamente bandito. La condanna penale non mira soltanto a sanzionare un illecito, ma risponde alla necessità strutturale di riaffermare l'esclusività del potere statale, impedendo che i singoli consociati tornino a farsi giustizia da sé, disfacendo l'ordine legalizzato e pertanto la coesione sociale. Questa divisione tra habitus profano e razionalità giuridica apre lo spazio a un marcato pericolo di manipolazione dell'opinione pubblica, operata dalle forze politiche attraverso una sistematica comunicazione mediatica. Nel tentativo di erodere l'autonomia del campo giuridico, gli attori politici più radicali e conservatori utilizzano i mass media per amplificare la risposta emotiva dei cittadini profani, offrendo una narrazione semplificata e polarizzata del reato. La cronaca giudiziaria viene così strumentalizzata per veicolare e legittimare modelli di controllo sociale basati sulla violenza e sull'autodifesa militarizzata, elementi ideologici tipici delle destre populiste che, si ricorda, hanno come nucleo valoriale ed ontologico fondante, l'assunto della disuguaglianza tra i cittadini, formalizzando una divisione gerarchica tra chi ha il diritto intrinseco di essere protetto, o persino di esercitare una forza letale, e chi viene permanentemente declassato a una categoria subalterna priva di tutele umane fondamentali. Attraverso la celebrazione mediatica del cittadino che si fa giustizia da sé, la propaganda politica tenta di normalizzare l'uso privato delle armi e di ridefinire il concetto stesso di sicurezza, trasformando un grave illecito penale in un atto di eroismo civile. Questa strategia non mira solo a raccogliere consenso elettorale immediato, ma persegue l'obiettivo più profondo di imporre una visione del mondo autoritaria, in cui la coesione sociale non è garantita dall'equità delle istituzioni terze, bensì dalla minaccia della forza privata e dalla punizione esemplare del deviante. La vicenda si arricchisce di un ulteriore livello di complessità con l'intervento del Ministro della Giustizia il quale, superando le proprie prerogative in ossequio alla linea della propria parte politica, richiede formalmente la grazia per il condannato. Dal punto di vista bourdieusiano, questa condotta descrive il tentativo del campo politico di invadere i confini del campo giuridico, cercando di subordinare l'ortodossia delle procedure legali alle logiche del consenso elettorale e alla legittimazione dei sopra citati modelli securitari. Il ministro tenta di capitalizzare politicamente il risentimento dei profani, proponendo un principio di visione e di divisione del mondo alternativo a quello espresso dalla magistratura, fondato sull'idea di una giustizia sostanziale e di parte. A questa ingerenza risponde l'ammonimento del Presidente della Repubblica, che interviene per sanzionare l'infrazione delle regole istituzionali e per ristabilire i confini del campo giuridico. Il richiamo del Quirinale risponde alla necessità non tanto di ribadire le proprie prerogative quanto di difendere l'autonomia del diritto da condizionamenti esterni, riaffermando l'immagine di un potere statale neutrale, oggettivo e superiore agli interessi particolari delle fazioni politiche. In ultima analisi, il conflitto generato attorno alla figura del gioielliere mette a nudo l'essenza stessa del fenomeno giuridico secondo Bourdieu per cui il diritto non è un apparato neutrale e universale, ma l'esito di una lotta simbolica permanente per il monopolio della violenza legittima. La condanna giudiziaria e la successiva difesa dei confini istituzionali da parte della presidenza servono a mantenere viva l'efficacia dell'imposizione di un ordine sociale dominante che si dissimula dietro l'apparenza di una mera, e inevitabile, applicazione tecnica della legge. Il caso esaminato mostra quindi come la stabilità di questo ordine fondante dei regimi democratici dipenda costantemente dalla capacità del campo giuridico di respingere le spinte emotive della piazza, i modelli di controllo reazionari e le strumentalizzazioni della politica, riaffermando ogni volta la propria universale legittimità. L'analisi di questa complessa dinamica tra campi del potere permette di formulare una considerazione conclusiva sulla natura e sulla funzione dell'ordine sociale dominante all'interno dei sistemi democratici contemporanei. Sebbene Bourdieu evidenzi con severità critica i meccanismi di conservazione e di dissimulazione del potere insiti nelle istituzioni statali, la strenua difesa dei confini del campo giuridico mostra un risvolto democratico di fondamentale importanza. I meccanismi di autoconservazione istituzionale, la rigida e razionale applicazione della norma penale e la ferma reazione del vertice dello Stato contro le ingerenze di parte non devono essere intesi come una sterile chiusura tecnocratica, bensì come i veri e propri anticorpi che proteggono la democrazia. Nel momento in cui le forze politiche radicali tentano di cavalcare le passioni popolari per legittimare modelli reazionari di controllo sociale, la tenuta dell'ordine giuridico formale si erge come un argine insostituibile. Riaffermando la neutralità della legge e l'esclusività statale della forza, questi presidi istituzionali neutralizzano il pericolo di una deriva autoritaristica, impedendo che lo Stato di diritto venga svuotato dall'interno a favore di una logica della violenza privata e del populismo penale e politico. PS: se volete approfondire leggete Bourdieu "La forza del diritto. Elementi per una sociologia del campo giuridico"