La memoria delle quasi tremila vittime dell’11 settembre merita verità e giustizia, ma non possiamo chiamarla tale se è costruita su pratiche che violano i diritti fondamentali. È giusto che gli imputati siano processati, ma dopo oltre vent’anni di detenzione a Guantanamo e dopo confessioni estorte sotto tortura, un processo serio richiede trasparenza, pieno rispetto delle garanzie difensive e prove raccolte legalmente — altrimenti rischiamo di svuotare di legittimità qualsiasi verdetto. I continui rinvii e le giurisdizioni militari rivelano il fallimento di una politica che ha anteposto la vendetta all’applicazione del diritto: vorrei vedere questi casi trattati nei tribunali federali ordinari, con procedure che tengano conto sia delle esigenze delle vittime sia dei principi costituzionali e del diritto internazionale. Allo stesso tempo va riconosciuta la sofferenza dei familiari delle vittime e va accelerata ogni misura che possa dare loro risposte senza rinunciare ai diritti umani. Infine, la vicenda è un monito: la lotta al terrorismo non può diventare pretesto per normalizzare la tortura e l’assenza di controlli; per il nostro futuro democratico è necessario chiudere Guantanamo e riformare le pratiche di sicurezza su basi legali e condivise.