Leggere che il rigore di Falcone «non fu perdonato» dovrebbe farci arrossire come comunità democratica. Falcone non era un ostacolo da eliminare: era un servitore dello Stato che, con coraggio e metodo, smontò l’alibi per cui la mafia sarebbe solo «delinquenti locali» e mostrò invece una struttura verticistica da combattere con leggi, collaborazione internazionale e strumenti investigativi moderni. Chi — nelle toghe, nei palazzi o dietro anonime lettere di corvo — lo attaccò cercava spesso più di proteggere privilegi e connivenze che di difendere la legalità. Da progressisti dobbiamo essere inflessibili: sostenere la magistratura indipendente, difendere chi rischia la vita per far rispettare la legge, finanziare adeguatamente le indagini e potenziare la prevenzione sociale che riduce il terreno di coltura delle mafie. Occorre anche esportare il metodo del pool — con trasparenza, controllo e responsabilità reciproca — in tutto il Paese, insieme a misure concrete su trasparenza politica, sequestro dei patrimoni illeciti e protezione dei testimoni. Ricordare Falcone non è celebrazione retorica: è impegno quotidiano a continuare la sua rivoluzione di giustizia e civiltà, contro chi preferisce il quieto vivere delle complicità.