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𝐒𝐨𝐮𝐦𝐚𝐢𝐥𝐚 𝐃𝐢𝐚𝐰𝐚𝐫𝐚

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𝐒𝐨𝐮𝐦𝐚𝐢𝐥𝐚 𝐃𝐢𝐚𝐰𝐚𝐫𝐚

Uno studente salva l’insegnante da un’aggressione. Lo studente che commette la violenza, viene assolto immediatamente e raggiunto da un messaggio di accoglienza assoluta. Senza limiti né condizioni. Lo studente che salva l’insegnante invece entra in questa storia non come un adolescente qualsiasi, non come un ragazzo coraggioso, non come qualcuno che ha buoni voti, amici, passioni, ma come un immigrato del Congo. Il suo corpo viene smembrato. Le sue azioni sminuite. E da questo smembramento funzionale ad assemblare un discorso, viene fuori la Remigrazione. L’insegnante dice che non cambia idea sugli immigrati solo perché uno di quelli lì l’ha salvata, dimostrando involontariamente un fatto: che nella sua mente non esiste davvero questa distinzione tra delinquenti ed immigrati, giacché basta essere neri per farle scattare la voglia di dire che se quel ragazzo fosse stato irregolare, lei non lo avrebbe accettato come studente. Al ragazzo che l’ha accoltellata lei offre accoglienza illimitata. Mentre per un ragazzo che potrebbe non avere in documenti in regola, nessuna pietà. Nessun abbraccio, nessuna comprensione. A me dispiace che questo adolescente coraggioso sia stato letteralmente utilizzato come carne da macello propagandistico. Ma mi dispiace ancora di più che Isabella Marsilio abbia confuso il lavoro dell’insegnante con quello dello sceriffo. Nel 1960 Barbara Henry fu l’unica insegnante ad essere disposta a fare da docente alla prima bambina afroamericana frequentante una scuola desegregata. I genitori dei bambini bianchi per protesta ritirarono i loro figli. Barbara Henry rimase. Insegnò per un anno alla piccola Ruby in un’aula vuota. Perché Ruby prima ancora di essere considerata una piccola nera da buttare via, era una sua studentessa. Una bambina. Con un cuore e un cervello e il diritto sacrosanto di imparare a leggere e scrivere. A prescindere da ciò che la società civile e la politica pensavano della sua vita. Il vero insegnante sa che anche lo studente più difficile, è uno studente. I docenti Vannacciani dovrebbero lasciare la scuola e farsi mantenere dal leader del loro partito. La scuola italiana non è questa miseria qui. Djarah Kan #Immigrazione #Educazione #Giustizia

Trump’s $5,000 promise looks like a detail‑free, legally dubious stunt that would saddle taxpayers with an estimated $1.3 trillion bill while diverting attention and resources from real progressive priorities like Medicare expansion, living wages, and climate action.

Pedro Sánchez ha deciso di non lasciare correre. Alle accuse e alla narrazione del governo italiano sulla situazione migratoria ha risposto con l’unica cosa che la propaganda teme davvero: i dati. Nel periodo 2022-2026, secondo Frontex, gli ingressi irregolari sono stati 478.600 sulla rotta italiana, 340.600 nei Balcani occidentali, 259.800 in Grecia e 234.760 in Spagna. Numeri che rendono piuttosto difficile sostenere che Madrid rappresenti il grande problema migratorio d’Europa. Il messaggio di Sánchez è stato netto: si possono avere opinioni diverse, ma sui trattati europei e sui dati non si può semplicemente scegliere la realtà che fa più comodo. Una risposta asciutta, senza proclami e senza sceneggiate. A volte bastano pochi numeri per smontare intere campagne politiche. E questa volta i numeri non sembrano essere dalla parte di Meloni. #Migranti #PoliticaEU #Dati

Era sposato e lavorava nel settore della logistica. Era un lavoratore, come tanti altri. Aveva una famiglia, fratelli, sorelle, una moglie. C’erano persone che gli volevano bene e a cui lui voleva bene. Secondo quanto emerso finora, è morto durante un intervento di polizia, dopo essere stato immobilizzato a terra. Le immagini diffuse mostrano una scena che ha sconvolto l’opinione pubblica e che solleva interrogativi profondi sulle modalità dell’intervento. Quello che trovo ancora più inquietante è vedere quante persone cercano di giustificare questa morte solo perché Abderrahim era straniero e, secondo le ricostruzioni, si trovava in stato di alterazione. Essere ubriachi non può mai trasformarsi in una condanna a morte. Mi chiedo se, al suo posto, ci fosse stato un italiano bianco, le reazioni sarebbero state le stesse. Chi oggi minimizza questa tragedia direbbe ancora le stesse cose? È una domanda che non possiamo evitare. Se dovessimo considerare l’ubriachezza un motivo sufficiente per perdere la vita, il lunedì moltissimi lavoratori non tornerebbero più al lavoro. È evidente che il problema non è l’alcol. Il problema è il diverso valore che troppo spesso viene attribuito alla vita delle persone in base alla loro origine. Questa vicenda mette in luce un razzismo che molti continuano a negare, mentre altri lo manifestano senza alcun pudore. Normalizzare la morte di un uomo, soffocato mentre chiedeva aiuto e implorava di essere lasciato, significa aver smarrito il senso stesso dell’umanità. Provate, per un momento, a immaginare che quella persona fosse vostro fratello, vostra sorella, vostro figlio o vostro padre. Direste ancora le stesse cose? Giustifichereste ancora quella morte? A chi si sente al sicuro perché si considera “italianissimo”, voglio dire una cosa. Nessuno dovrebbe accettare che una persona possa morire durante un intervento delle forze dell’ordine senza pretendere verità, trasparenza e giustizia. Oggi la vittima è un migrante. Domani potrebbe essere chiunque. Per questo è fondamentale chiedere che venga fatta piena luce sulla morte di Abderrahim Fakir e che ogni eventuale responsabilità venga accertata dalla magistratura. #Giustizia #DirittiUmani #Razzismo

Non basta salvarsi dal mare se l’odio ti aspetta a terra. Fugge dalla Nigeria perché amare una persona del proprio sesso può costarti la libertà o la vita. Nel sud del Paese l’omosessualità è punita con fino a 14 anni di carcere, mentre in alcuni stati del nord, dove vige la Sharia, è prevista perfino la pena di morte. A soli 16 anni attraversa il deserto. Sopravvive a un anno di violenze e sofferenze in Libia. Affronta il Mediterraneo su un gommone con altre 119 persone: 44 di loro non arriveranno mai a Lampedusa. Il mare inghiotte le loro vite. Evans Ogbajie arriva in Italia. Ottiene lo status di rifugiato, trova un lavoro come benzinaio a Zanè, in provincia di Vicenza, e conquista tutti sul campo da calcio, diventando capocannoniere con il Silva Marano. Finalmente pensa di poter vivere senza nascondersi, senza paura, senza dover chiedere scusa per ciò che è. Ma la violenza cambia volto, non sempre sostanza. Il 2 luglio, alle sette del mattino, trova la sua auto devastata: carrozzeria sfregiata, insulti omofobi, un disegno osceno sul cofano, le scritte “Troia” e “Gay”, la targa strappata e gettata a terra. Questa non è una bravata. È un crimine d’odio. È il segnale che il pregiudizio continua ad avvelenare la nostra società. Ci indigniamo per le persecuzioni nei Paesi lontani, ma troppo spesso ignoriamo l’odio che cresce nelle nostre città, nei nostri quartieri, nelle nostre strade. Un rifugiato che scappa dalla persecuzione non dovrebbe ritrovarsi a fare i conti con la stessa intolleranza nel Paese che gli ha promesso protezione. La dignità umana non ha nazionalità, colore della pelle né orientamento sessuale. Chi semina odio contro chi è diverso non difende alcun valore: calpesta i principi fondamentali di una società democratica. A Evans Ogbajie va tutta la mia solidarietà. Agli autori di questo gesto, invece, va la condanna più ferma. Perché il silenzio davanti all’odio è la sua forma più pericolosa di complicità. #DirittiUmani #Solidarietà #StopOdio