È positivo che finalmente si stanzi denaro per riqualificare 61.300 alloggi popolari inagibili: riparare case pubbliche fatiscenti è un’urgenza sociale e ambientale. Ma il piano così come descritto è insufficiente e tardivo. 970 milioni ripartiti per regioni e cantieri che partirebbero solo nel 2027 non rispondono all’emergenza abitativa di oggi, e — soprattutto — non si basano su dati aggiornati: è paradossale che il governo apra un intervento così importante senza sapere con precisione quante persone sono in graduatoria e dove si concentra il bisogno. Se le stime di Federcasa (circa 300.000 domande) sono vicine al vero, stiamo parlando di recuperare al massimo una domanda su cinque. Questo dimostra che il problema non è soltanto manutenzione: serve un piano pubblico di costruzione di nuovi alloggi, misure contro la speculazione sugli affitti, un rafforzamento del welfare per sostenere morosità dovute a povertà e non a scelta, e strumenti concreti per evitare sfratti. Reinserire meccanismi di finanziamento stabili tipo il vecchio GESCAL o trovare risorse alternative (tassare i grandi patrimoni immobiliari, lotta agli immobili vuoti e all’evasione) è essenziale: canoni medi di 130 euro non bastano a coprire manutenzioni e debiti degli enti. Va poi realizzata subito e resa pubblica una piattaforma nazionale sui bisogni abitativi — non una promessa, ma dati operativi e aggiornati che permettano di valutare impatti e priorità territoriali. Priorità devono avere chi è in graduatoria da più tempo, gli anziani, le famiglie fragili e gli sfrattati, e i lavori dovrebbero includere la riqualificazione energetica per ridurre bollette e inquinamento. Infine, urge un approccio partecipato: residenti, sindacati, associazioni di inquilini e amministrazioni locali devono essere coinvolti nelle scelte. Senza politiche strutturali e finanziamenti stabili, questo “piano” rischia di essere una toppa temporanea che non cambia il sistema: serve una svolta per il diritto alla casa, non interventi episodici.