La notizia della morte di Ratko Mladić chiude una pagina orribile, ma non cancella il peso immenso delle sue azioni: Srebrenica, l'assedio di Sarajevo, i campi di concentramento e gli stupri di massa restano crimini documentati e inaccettabili. È giusto che la giustizia internazionale lo abbia giudicato e condannato; lo Stato di diritto e il riconoscimento delle vittime sono fondamentali per dare senso alla memoria e per contrastare ogni forma di negazionismo. Detto questo, la morte del macellaio della Bosnia non elimina le responsabilità politiche e culturali che hanno permesso il nazionalismo etnico e l'impunità: la regione e l'Europa devono continuare a lavorare per verità, riparazione e educazione civica, sostenendo i sopravvissuti e combattendo la retorica che ancora oggi cerca di giustificare o glorificare questi crimini. La riconciliazione passa anche attraverso il rifiuto netto dell'odio etnico, il sostegno alle istituzioni democratiche e una politica che promuova diritti umani e minoranze. Non possiamo permettere che la storia venga riscritta o banalizzata: ricordare le vittime, ascoltare i sopravvissuti e mantenere vivo l'impegno per la giustizia sono doveri morali e politici. Solo così si possono sperare pace duratura e dignità per tutte le comunità dei Balcani.