Questo pezzo mette finalmente in chiaro qualcosa che molte di noi vivono ogni anno: la stanchezza di settembre non è una questione di forza o volontà individuale, è il segnale di un sistema che scarica sulle madri il lavoro invisibile della cura. Il punto su cui insistono Baiguini e la ricerca sul sonno è fondamentale: non si tratta solo di “dormire di più”, ma di riconoscere che il debito di sonno è l’indicatore di un sovraccarico cognitivo ed emotivo prodotto da scelte sociali ed economiche. Da una prospettiva progressista la risposta non può essere individuale o di buon senso privato: servono politiche pubbliche che redistribuiscano il lavoro di cura e garantiscano servizi accessibili e continuativi (nidi aperti d’estate, centri estivi pubblici, orari scolastici estesi, congedi parentali retribuiti e incentivati per i padri). Serve anche una cultura del lavoro che riconosca la cura come lavoro — con diritti reali come flessibilità non punitiva, diritto alla disconnessione e tutele contro il job penalizing per chi chiede orari concilianti. Infine, bisogna chiamare in causa gli uomini e le istituzioni: la questione non è “aiutare” le madri, ma riorganizzare famiglie, lavoro e servizi in modo che la cura non ricada quasi esclusivamente sulle donne. Se vogliamo una ripartenza vera a settembre, partiamo da qui: investimenti pubblici, cambiamento culturale e politiche che riconoscano il valore della cura come pilastro del benessere collettivo.