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⚠️ THE TABLE THAT REVEALS THE SCANDAL CONCERNING THE CENSORSHIP AGAINST L'UPR AND ASSELIANEAU ↙️ Gauche column It ranks the digital popularity of the different political parties and their candidates by https://t.co/KpfTxeNH8o (translated)

🇫🇷 Julien Odoul (RN) publie un photomontage dans lequel une femme voilée est artificiellement DÉVOILÉE, son hijab ayant été supprimé numériquement à l’aide de l’intelligence artificielle. (Le floutage a été ajouté par nos soins). https://t.co/VVDPBmS5BK #AI #Liberté #Égalité

Come sarebbe la Formula 1 senza numeri? Per aprire la discussione: Senza numeri sulle monoposto, senza tempi sul giro, senza velocità, senza distacchi di pochi millesimi, senza posizioni e senza punti in classifica… la Formula 1 potrebbe ancora esistere? E la classifica diventerebbe una storia lunghissima, piena di peripezie: chi è arrivato davanti a chi, chi ha superato chi e quante volte… senza poter scrivere nemmeno un numero. #Formula1 #Ferrari #Numeri #Sport #Italian #MrNumberwise #0053 #20260905

Studio di Harvard sul Festival di Street Art Stramurales (Stornara Life APS) Pubblicato sul National Law Review SOURCE: https://www.linkedin.com/pulse/studio-di-harvard-sul-festival-street-art-stramurales-sardella-ph-d--helof/ C’è un piccolo comune di seimila abitanti nel cuore della Puglia che è oggigiorni sulle pagine di più autorevoli pagine della websfera del panorama globale. Si chiama Stornara e da diversi anni ospita lo Stramurales International Street Art Festival, il festival internazionale di arte urbana fondato nel 2018 dall’artista locale Lino Lombardi sotto l’egida dell’associazione Stornara Life APS. Uno studio di Harvard dedicato a Stramurales La notizia che sta facendo il giro del mondo è questa: l’Health and Human Rights Journal del FXB Center for Health and Human Rights della Harvard University ha pubblicato uno studio peer‑reviewed — il primo nella storia interamente dedicato a un singolo festival di street art — che identifica Stramurales come modello replicabile di intervento comunitario per la promozione della salute mentale. Da paese in declino a museo a cielo aperto Prima del 2018, Stornara seguiva il destino di molti piccoli centri del Mezzogiorno: serrande abbassate, giovani in partenza e un futuro incerto. Tra il 2002 e il 2017 il Sud Italia aveva perso circa due milioni di residenti. Poi è arrivato il festival. A distinguere Stramurales da tante altre iniziative murali europee, spiegano gli autori dello studio, Luciano Magaldi Sardella (Aspire Institute, Harvard Business School) e Matteo Mantuano (docente di scienze sociali e salute psico‑educativa a Unitre Milano), è la sua architettura di partecipazione democratica. I temi dei murales vengono scelti dalla comunità; i proprietari degli edifici aderiscono liberamente; l’associazione resta aperta a tutti, evitando quelle forme di “cattura elitaria” che altrove hanno compromesso progetti simili. Oggi Stornara conta oltre 150 murales realizzati da artisti provenienti da ogni continente, visitabili come in un museo permanente a cielo aperto. I numeri parlano chiaro Tra il 2020 e il 2025, gli anni segnati dalla crisi pandemica, i ricavi turistici di Stornara sono cresciuti del 25%. Nuove attività hanno riaperto in locali da tempo vuoti. La comunità ha registrato una riduzione dell’isolamento sociale, un rinnovato senso di partecipazione civica e una ritrovata fiducia nel proprio futuro collettivo: risultati che le tradizionali politiche di sviluppo rurale non erano riuscite a ottenere. Lo studio richiama il diritto alla salute e il diritto alla vita culturale sanciti dal diritto internazionale, definendo i murales come una forma di “attivismo sanitario visivo”, ovvero arte pubblica che interviene sui determinanti strutturali della salute. Un paradigma per il mondo La conclusione degli autori è netta: i finanziamenti per la salute pubblica dovrebbero sostenere iniziative culturali partecipative come Stramurales, soprattutto nelle comunità in cui le strategie economiche convenzionali hanno fallito. I costi sono contenuti — materiali, ospitalità per gli artisti, promozione — mentre i benefici in termini di benessere collettivo risultano, secondo lo studio, sproporzionatamente elevati. Stornara diventa così un punto di riferimento non solo per i decisori regionali italiani, ma anche per le autorità sanitarie di Nord America, Europa e oltre. Un piccolo centro pugliese che ha scelto di dipingere il proprio futuro — letteralmente — e che ora mostra al mondo come si può fare.

Studio di Harvard sul Festival di Street Art Stramurales (Stornara Life APS) Pubblicato sul National Law Review

Lo Stramurales (Stornara Life APS) Approda sull'Associated Press grazie allo Studio della Harvard University sulla Street Art SOURCE: https://www.linkedin.com/pulse/lo-stramurales-stornara-life-aps-approda-press-grazie-sardella-ph-d--ufd6f/ C'è un piccolo comune di seimila anime nel cuore della Puglia che ha appena conquistato le prestigiose pagine di una delle più importanti agenzie di stampa, l'Associated Press, e le colonne di una delle riviste accademiche più prestigiose al mondo. Si chiama Stornara, e da qualche anno ospita lo Stramurales International Street Art Festival, il festival internazionale di street art fondato nel 2018 dall'artista locale Lino Lombardi sotto l'egida di Stornara Life APS. La notizia che sta facendo il giro del mondo è questa: l'Health and Human Rights Journal del FXB Center for Health and Human Rights diella Harvard University ha pubblicato uno studio peer-reviewed, il primo nella storia dedicato interamente a un singolo festival di street art; che indica Stramurales come modello replicabile di intervento comunitario per la salute mentale. Da paese in declino a museo a cielo aperto Prima del 2018, Stornara seguiva la traiettoria tristemente nota di centinaia di borghi dell'Italia meridionale: negozi chiusi, giovani in fuga, futuro incerto. Il Sud Italia aveva perso circa due milioni di residenti tra il 2002 e il 2017. Poi è arrivato il festival. Quello che ha reso Stramurales diverso da tanti altri progetti murali europei, spiegano gli autori dello studio, il dott. Luciano Magaldi Sardella Aspire Institute della Harvard Business School) e il prof. Matteo Mantuano (docente di scienze sociali e salute psicoeducativa all'Unitré di Milano) è la sua architettura di partecipazione democratica: i temi dei murales vengono scelti dalla comunità, i proprietari degli edifici aderiscono liberamente, e l'associazione è aperta a tutti, per evitare quella "cattura elitaria" che ha sabotato progetti simili altrove. Oggi Stornara conta oltre 150 murales firmati da artisti di ogni continente, visitabili gratuitamente come un museo permanente all'aperto. I numeri parlano chiaro Tra il 2020 e il 2025 — anni che comprendono la piena crisi pandemica — i proventi turistici di Stornara sono cresciuti del 25%. Nuove attività commerciali hanno riaperto nei locali vuoti. La comunità ha registrato una riduzione dell'isolamento sociale, un rinnovato senso civico e una ritrovata fiducia nel futuro collettivo: esiti che le tradizionali politiche di sviluppo rurale non erano riuscite a produrre. Lo studio cita il diritto alla salute e il diritto alla vita culturale sanciti dal diritto internazionale dei diritti umani, inquadrando i murales come "visual health activism" — arte pubblica che affronta i determinanti strutturali della salute. Un modello per il mondo La conclusione degli autori è netta: i fondi per la salute pubblica dovrebbero sostenere iniziative culturali partecipative come Stramurales, soprattutto nelle comunità dove le strategie economiche convenzionali hanno fallito. I costi sono contenuti — materiali, ospitalità per gli artisti, promozione — mentre i ritorni in termini di benessere collettivo sono, a loro giudizio, sproporzionatamente elevati. Stornara diventa così punto di riferimento non solo per la politica regionale italiana, ma per le autorità sanitarie di tutto il Nord America, dell'Europa e oltre. Un borgo pugliese che ha scelto di dipingere il proprio futuro, letteralmente, e che ora insegna al mondo come si fa.

Lo Stramurales (Stornara Life APS) Approda sull'Associated Press grazie allo Studio della Harvard University sulla Street Art

Seven months before the presidential election, Marc-Antoine Brillant, the head of Viginum, the service responsible for combating digital interference, will leave his position to launch his counter-interference agency with Havas. (translated)

Qual è il primo Social Network della Storia? In Italia: Dada o InterNetWork City? SOURCE: https://www.linkedin.com/pulse/qual-%C3%A8-il-primo-social-network-della-storia-italia-o-sardella-ph-d--tfl3f Quando si parla di primati tecnologici, la precisione storica è fondamentale. Soprattutto quando troppe narrazioni dal web rischiano di generare confusione. Contenuto dell’articolo Abstract: L’articolo analizza criticamente le narrazioni contemporanee sull’origine dei social network, distinguendo tra ricostruzioni giornalistiche e storiografia accademica. Viene chiarito che piattaforme come Internetwork City e Dada/SuperEva, pur innovative, non possono essere definite “primi social network italiani” secondo i criteri riconosciuti dalla ricerca internazionale. Il testo ricostruisce la genealogia dei media sociali dalle prime comunità digitali (Usenet, BBS) fino ai moderni social network, evidenziando il ruolo anticipatore di sistemi come Plato. Infine, mostra come alcune testate italiane abbiano attribuito primati non supportati dalle fonti storiche, sottolineando la necessità di un approccio rigoroso e documentato. Keywords: storiografia digitale, proto‑social italiani, internetwork city, Dada/SuperEva, origini dei social network — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — Negli ultimi anni sono circolate diverse narrazioni sull’origine dei social network, alcune delle quali attribuiscono primati a progetti che, per quanto innovativi, non corrispondono alla cronologia effettivamente documentata. Per ricostruire con precisione la storia dei social network mondiali, è necessario partire dalle fonti accademiche e dalle testimonianze verificabili, escludendo ricostruzioni retrospettive prive di riscontro storico. Ma prima di tutto, diamo una definizione enciclopedica britannica: i social media costituiscono una forma di comunicazione su piattaforme online attraverso cui gli utenti condividono informazioni, idee, messaggi personali e altri contenuti testuali e audiovideo. Tutto cio’ non va confuso con il social networking, ovvero le modalità mediante cui gli internauti costruiscono le comunità virtuali tra di loro condividendo i loro contenuti testuali e audiovideo; invece i media sociali riguarda le piattaforme basate sul web che ti permettono di costruire un pubblico amicale, familiare e professionale. Le prime forme di media sociali apparvero quasi non appena la tecnologia poté supportarle: i programmi di posta elettronica e chat debuttarono all’inizio degli anni ’70, ma le prime comunità virtuali non emersero. Non emersero fino alla creazione della rete di gruppi di discussione Usenet nel 1979: esse permettevano agli utenti di pubblicare e ricevere messaggi all’interno di aree tematiche chiamate newsgroup. Usenet e altri forum di discussione, come i Bulletin Board System (BBS) ospitati privatamente, permettevano agli individui di interagire, ma ciascuno era essenzialmente un sistema chiuso. Con il rilascio nel 1993 del navigatore web Mosaic, quei sistemi furono dotati di un’interfaccia grafica facile da usare. Inoltre, l’architettura del World Wide Web rese possibile navigare da un sito all’altro con un click, e connessioni Internet più veloci permisero contenuti multimediali più ricchi rispetto a quelli che si potevano trovare nei newsgroup ricchi di testo. Il primo Social Network mondiale moderno: SixDegrees.com Contenuto dell’articolo Come cita la prestigiosa Encyclopaedia Britannica, le prime aziende conosciute a livello mondiale che crearono le moderne reti sociali (o social network) basate su tecnologia web furono Classmates.com e SixDegrees.com. Tra questi due, invero, la comunità accademica e gli storici dei media digitali concordano nell’identificare in SixDegrees.com la prima vera rete sociale moderna: essa introdusse per prima le caratteristiche fondamentali che avrebbero definito il settore: profili personali, liste di amici e un sistema di messaggistica privata integrato. Infatti Classmates.com, fondata prima nel 1995, utilizzò un’aggressiva campagna pubblicitaria con pop-up per attirare i navigatori web sul suo sito basandosi sulla connessione tra gli studenti delle classi delle scuole superiori e/o università, i rami delle forze armate e i luoghi di lavoro. SixDegrees.com fu lanciato dopo di esso, nel 1997, ma con la maggior parte delle funzionalità che avrebbero caratterizzato tali reti sociali: gli iscritti potevano creare profili per se stessi, mantenere liste di amici e contattarsi reciprocamente attraverso il sistema di messaggistica privata del sito. Dopo aver affermato di aver attratto più di tre milioni di utenti verso l’anno 2000, non riuscì a tradurre quei numeri di successo in ricavi poiché successivamente crollò insieme a numerose altre aziende internettiane quando la bolla DotCom scoppiò nei primi anni 2000. Il primo Social Network italiano: Quale? Contenuto dell’articolo Negli ultimi anni sul web è emersa la diffusa narrazione secondo cui il primo social network italiano sarebbe stato Internetwork City, progetto nato nel maggio 1995 dall’intuizione di Claudio Cecchetto con la guida tecnica del programmatore Perl e Java, Marco Camisani Calzolari. Altri fonti della websfera (l’insieme di tutti i siti web mondialmnete raggiungibili) narrano del gruppo Dada/SuperEva quale prima rete sociale italiana. Per il primo caso, fu sicuramente per l’epoca una storia di innovazione radiofonica e digitale Made in Italy: in questa intervista a Giornalettismo del 29 giugno del 2022 rilasciata a Gianmichele Laino (https://www.giornalettismo.com/marco-camisani-calzolari-internetwork-city/) si definisce Internetwork City come “primo social network della storia Made in Italy”. Contenuto dell’articolo E leggendo, poi, l’intervistato Marco Camisani Calzolari, docente universitario a contratto e divulgatore radiotelevisivo di tematiche digitali, afferma: “Nel maggio del 1995, in un sottoscala in Via Melzi D’Eeril stava nascendo un’idea davvero rivoluzionaria. Dietro c’era l’intuizione di Claudio Cecchetto e la guida di Marco Camisani Calzolari: Internetwork City è il primo social network al mondo, uno spazio all’interno del quale gli utenti riuscivano a interagire, in un’epoca in cui la rete era un luogo dove le possibilità di interscambio erano ancora una eventualità futuristica.” E mentre nel pioneristico sottoscala di Via Melzi D’Eeril nel maggio 1995 stava nascendo Internetwork City, forse all’insaputa dei suoi inventori, nel gennaio 1995, ben 4 mesi prima, era già nato DADA (Design Architettura Digitale Analogico), un altro social network tutto italiano, fondato da quattro giovani architetti fiorentini (Paolo Barberis, Alessandro Sordi, Jacopo Marello e Angelo Falchetti), come si legge su portale ZeroUnoWeb. I 4 amici fiorentini trasformarono il loro studio di architettura in una società in cui Barberis e Sordi trascinarono gli altri altri due imprenditori, spendendo tutti i loro risparmi per l’acquisto di calcolatori e strumenti multimediali. Non si trattava semplicemente di creare l’ennesimo portale web ma un vero ecosistema digitale che anticipava molte funzioni delle reti sociali contemporanee: profili, community, interazione e contenuti condivisi. Questa narrazione di DADA, pero’, viene “nuovamente smentita” se leggiamo l’articolo giornalistico di Repubblica del 27 maggio 2021 portante la firma del giornalista Riccardo Luna, intitolato “A Milano Claudio Cecchetto (e Marco Camisani Calzolari) lanciano un social network,” leggibile cliccando il seguente link: https://www.repubblica.it/tecnologia/2021/05/27/news/a_milano_claudio_cecchetto_e_marco_camisani_calzolari_lanciano_un_social_network-302961639/ Contenuto dell’articolo Il sottotitolo (o sommario) riecheggia:“E’ stato il primo social network della storia e nacque in Italia. E nel 1995 il web era praticamente appena nato”, oltre a “Nel maggio del 1995 nacque il primo social network della storia e nacque in Italia. Forse il primo. Chissà. Ma se si pensa che Facebook è del 2004, Second Life e MySpace del 2003, si capisce benissimo l’enormità di quello che ho appena scritto. Nel 1995 il web era praticamente appena nato”. Ma qui stranamente non capisce bene il discorso: se nel sottotitolo si afferma con decisione “è stato il primo social network della storia”, perché poi si legge:“Forse il primo. Chissà” Mi sembra un controsenso, sinceramente. Ma lasciamo l’arduo compito decisionale ai lettori imparziali. Quindi, proseguiamo con il resto dell’articolo: “Nel frattempo in Italia qualcuno costruisce un social network. Chi? Claudio Cecchetto. Sì lui, l’autore del Gioca Jouer, l’inventore di Radio Deejay e di un altro modo di fare radio. E’ stato anche un pioniere di Internet. Nel maggio del 1995 lancia un social network chiamato Internetwork City, la città del network di Internet. Lo aveva costruito, una riga di codice dopo l’altra, un giovane programmatore che, grazie a questa storia, sarebbe diventato brillante divulgatore di digitale (da tempo è uno dei volti di Striscia la Notizia): Marco Camisani Calzolari. Quando ripensa a quei tempi MCC si entusiasma: “Era un social network a tutti gli effetti. Un luogo dove ci si poteva iscrivere, avere un profilo e parlare con gli altri. Era uno dei primi della storia del web, e lo aveva inventato Claudio Cecchetto. Lo aveva pensato navigando con il Videotel, ma poi era arrivato il world wide web. Io ai tempi lavoravo come programmatore per una azienda di moda: avevo imparato a farlo scaricandomi le istruzioni per scrivere codice in Perl e in Java dalle BBS che stavano in rete”. Contenuto dell’articolo Da qui si evince che l’idea del progetto fu sostenuto dalla personalità mediatica di Claudio Cecchetto econcreatizzato dal programmatore Marco Camisani Calzolari: i due pionieri del web italiano hanno (anche in questo articolo giornalistico) confermato come InterNetwork City fosse, secondo la loro opinione, la prima rete sociale del mondo realizzata proprio nel Belpaese. Ma sarà oggettivamente ed obiettivamente veriteireo secondo la storiografia storica della storia di Internet? Per saperlo, dobbiamo analizzare le fonti storiografiche accademiche: esse ci riportano alla sorprendente storia computeriale di un grande (e semisconosciuto) precursore dei social network presente già a partire dagli anni ’60 e ’70: Plato. Plato: il Precursore di tutti i Social Network del Mondo Contenuto dell’articolo Plato (Programmed Logic for Automatic Teaching Operations) rappresenta uno dei casi più affascinanti di tecnologia anticipatrice nella storia dell’informatica: sviluppato presso l’Università dell’Illinois di Urbana-Champaign a partire dal 1960 da Donald L. Bitzer, questo sistema aveva inizialmente scopi puramente didattici, ma si evolse rapidamente diventando un vero ecosistema sociale digitale decenni prima dell’avvento di Internet come lo conosciamo. Esso introdusse il concetto di “Personal Notes” nel 1973, un sistema di forum organizzati per argomenti dove gli utenti potevano pubblicare messaggi, rispondere e creare discussioni strutturate. Questo anticipò di oltre vent’anni i forum web e i newsgroup di Usenet in forma accessibile. Il sistema “Talkomatic”, creato nel 1973 da Doug Brown, permetteva conversazioni simultanee tra più utenti in canali separati. Ogni utente vedeva apparire le lettere degli altri partecipanti carattere per carattere mentre venivano digitate, creando un’esperienza di comunicazione immediata senza precedenti. “Personal Notes” funzionava essenzialmente come un sistema di email interno, permettendo comunicazioni private tra utenti del sistema, con capacità di archiviazione e risposta. Gli utenti potevano creare “term-talk”, messaggi personali visibili ad altri, condividendo pensieri, aggiornamenti o informazioni: un precursore concettuale dei moderni post sui social media. Plato non era solo tecnologia: era una vera comunità. Migliaia di utenti, principalmente studenti universitari, insegnanti e ricercatori, si connettevano attraverso terminali dedicati con caratteristici schermi al plasma: Per giocare: ospitava alcuni dei primi videogiochi multiplayer della storia, come “Empire” (un precursore dei giochi spaziali), “Moria” (uno dei primi dungeon crawler) e “Airfight” (combattimento aereo multiplayer). Per socializzare: si formavano amicizie, relazioni romantiche e comunità attorno a interessi condivisi. Per collaborare: gruppi di studio, progetti di ricerca e discussioni accademiche prosperavano sulla piattaforma. Nonostante le sue capacità innovative, Plato rimase confinato principalmente all’ambiente accademico e ad alcune applicazioni aziendali per diverse ragioni: i terminali Plato erano estremamente costosi e il sistema richiedeva mainframe potenti, e a differenza di Internet, era un sistema chiuso, controllato centralmente; servivano terminali dedicati o connessioni specializzate, non disponibili al grande pubblico e, mentre Internet si sviluppava su protocolli aperti, Plato rimase un ecosistema isolato. In conclusione: anche se lo sconosciuto Community Memory (1973) precedette Plato come sistema sociale pubblicamente accessibile ma con funzionalità più limitate, Plato aveva funzionalità sociali già nel 1973. Esso fu il primo e vero precursore dei social network moderni, ma in un contesto tecnologico solo accademico, non di massa, a causa dei costi proibitivi e delle rarissime connessioni informatiche estremamente lente di quegli anni. Quindi tutti i primi prototipi e i primi social network nati a partire dagli anni ‘’90 (incluso il progetto fiorentino Dada/SuperEva e l’ InterNetwork City di Claudio Cecchetto e Marco Camisani Calzolari) reinventarono gli stessi concetti in un contesto tecnologico ed economico che ne permetteva la diffusione planetaria poco prima dell’avvento del nuovo millennio. Ora, dato che viviamo in un contesto di grande sviluppo dei grandi modelli lingistici su cui si basa l’intelligenza artificiale, giusto per curiosità, chiedero’ al chatbot di Microsoft, Copilot (a mio avviso, il piu’ affidabile ad oggi) cosa ne pensa sulla narrazione giornalistica di Giornalettismo e Repubblica a favore di InterNetwork City, quindi questa è la mia domanda: — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — “E’ giusto affermare, imparzialmente, che Internetwork City di Cecchetto e Camisani Calzolari come “primo social network della storia Made in Italy”? La risposta si evince dalle seguenti foto. Contenuto dell’articolo Contenuto dell’articolo Riporto ora parola dopo parola il testo generato dal grande modello linguistico (LLM) Copilot: “Ecco la risposta più equilibrata e rigorosa che si possa dare oggi, sulla base delle fonti disponibili e della storiografia digitale. È corretto definirlo “primo social network della storia Made in Italy”? 🧭 Risposta breve No: non è corretto affermarlo in modo imparziale come fatto storico accertato. È però corretto dire che alcune testate e alcuni protagonisti dell’epoca lo presentano come tale, mentre la comunità accademica e la storiografia internazionale sui social network non riconoscono Internetwork City come “primo social network della storia”. 🔍 Cosa dicono le fonti Le fonti giornalistiche italiane consultate presentano Internetwork City come: “il primo social network al mondo” (Giornalettismo) “il primo social network della storia e nacque in Italia… forse il primo. Chissà.” (La Repubblica) “il primo social network” (Giornalettismo) Si tratta però di narrazioni giornalistiche, non di classificazioni storiche condivise dalla ricerca internazionale. 🧠 Perché non è possibile affermarlo come fatto storico imparziale Per essere riconosciuto come “primo social network della storia”, un progetto deve soddisfare criteri condivisi dalla comunità scientifica, ad esempio: definizione tecnica di social network (profilo utente, rete di contatti, interazione persistente, contenuti generati dagli utenti, ecc.) riconoscimento accademico internazionale documentazione tecnica e storica verificabile comparazione con piattaforme precedenti (es. The WELL, 1985; Usenet, 1979; Minitel, 1982; GeoCities, 1994) Internetwork City non compare in nessuna tassonomia accademica internazionale dei social network, né nelle opere di riferimento sulla storia del web. Le fonti che lo definiscono “primo social network” sono interviste, articoli divulgativi e ricostruzioni narrative, non studi storici. 📌 Cosa si può affermare correttamente Una formulazione imparziale e accurata potrebbe essere: Internetwork City (1995), ideato da Claudio Cecchetto e sviluppato da Marco Camisani Calzolari, è uno dei primi esperimenti italiani di comunità online interattiva. Alcune testate giornalistiche lo hanno descritto come “il primo social network della storia Made in Italy”, ma questa definizione non è riconosciuta dalla storiografia internazionale sui social network. Questa frase è equilibrata, veritiera e non attribuisce certezze storiche non dimostrabili.” Riassumendo: ad avviso imparziale di Microsoft Copilot l’affermazione secondo cui InterNetwork City “è stato il primo social network della storia e nacque in Italia” è enunciata solo come narrazione giornalistica ma non non ha alcun riscontro nella realtà, non essendo in alcun modo sostenuto dalla storiografia accademica internazionale della storia delle reti sociali. — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — Ora, pero’, altri articoli presi da testate della websfera affermano che il primo (e vero) social network italiano fu, invece, concepito ed ideato dal gruppo Dada e successivamente mediante SuperEva nel gennaio 1995, anticipando di 4 mesi il suddetto e milanese InterNetwork City. Ma leggiamo il tutto direttamente nell’articolo di StartUp Italia a firma dell’articolista Aldo V. Pecora che riportero’ da questo link: https://startupitalia.eu/education/scuola/quando-prima-di-facebook-4-italiani-avevano-inventato-un-social-network-la-storia-di-dada-e-di-supereva/#:~:text=Alla%20base%20di%20questa%20visione,il%20valore%20aggiunto%20del%20sito. Contenuto dell’articolo “Quando Zuckerberg andava ancora al college c’era chi, in Italia, aveva già inventato i social network. Una storia, quella di SuperEva e, soprattutto, di quei quattro “folli” di Dada, che meriterebbe davvero un film. Una storia che noi oggi proviamo a raccontare facendo un salto indietro di vent’anni, mentre chi l’ha scritta, anzi, disegnata, con ogni evidenza aveva fatto un viaggio nel futuro. Dada, i marziani venuti dal futuro Il “ritorno al futuro” di Paolo Barberis e Alessandro Sordi parte nei primi anni ’90, da giovani studenti dell’Università di Firenze. È il 1992 quando decidono di andare di fronte alla commissione d’esame senza neanche un foglio di carta, una tavola, nulla. Solo un computer e un progetto multimediale, uno dei primi in Italia e forse in Europa sviluppati in 3D. «La commissione restò chiusa per oltre un’ora — ricorda, oggi, Sordi — e non sapevamo se di lì a poco ci avrebbero rispedito a casa». Invece fu un successo e l’inizio di un’avventura. Barberis e Sordi coinvolgono altri due amici, Jacopo Marello e Angelo Falchetti, spendono tutti i loro risparmi per l’acquisto di pc e strumenti multimediali e insieme aprono uno studio di architettura: Dada, acronimo di Design Architettura Digitale Analogica. Così Dada ha connesso Firenze a Internet Anno 1995. Si cambia. Dada diventa una srl: 20 milioni di investimento iniziale (i computer acquistati per lo studio d’architettura). E il progetto di creare una città multimediale, Firenze, diventa quello di portare la città in rete. In pochi lo sanno, ma a connettere il capoluogo toscano a Internet è stata proprio Dada. Non c’erano ancora l’Adsl e le connessioni cosiddette broadband. Che anni, quegli anni. Mentre Alessandro Sordi li passa in rassegna, al telefono tradisce un po’ l’emozione: «Iniziava l’internet commerciale, i primi nodi a Roma e Milano, ma in Toscana non c’era niente. Decidiamo di comprare il cavo e portiamo a Firenze la prima CDN». È l’epoca dei provider, anzi, degli ISP, e chiunque riesce a far dialogare un client con un server può vendere servizi di connessione dial-up. Sordi e soci coinvolgono family and friends. Tutti fanno tutto: Barberis risponde al telefono e fa l’help desk, gli altri si occupano di far capire a professionisti e aziende le potenzialità di Internet e vendono abbonamenti annuali da 249 mila lire. Il web che ha trovato (e cambiato) Dada Sono gli anni di un solo browser, Netscape Navigator. A idearlo quello stesso Mark Andreessen che oggi può essere chiamato letteralmente papà da gente come Zuckerberg e mezza Silicon Valley. È il web 0.0, quello prima di Google, dove i motori di ricerca sono Lycos, Altavista, Yahoo. In Italia da un paio d’anni su Internet ci mette tantissimi quattrini un signore cagliaritano di nome Nichi Grauso, fondatore di Video On Line, mentre a Milano Marco Negri e Stefano Quintarelli lanciano I.net e Joy Marino ITNet. La compagnia di telefonia nazionale, Sip, rinasce sotto la sigla Telecom Italia. Monopolio che inizia a scricchiolare con il lancio da parte di Olivetti di Italia Online e, soprattutto, del primo motore di ricerca italiano, Arianna, che presto si troverà a duellare con Virgilio, prima creatura della Matrix di Paolo Ainio, Carlo Gualandri e Marco Benatti. Dada ha capito prima di altri in che direzione sarebbe andato il web. «Da lì è nato un modello di business — racconta Sordi — perché il provider incassava anticipatamente i canoni di abbonamento alla Rete e noi abbiamo utilizzato quei soldi per finanziare la ricerca sui servizi web, una cosa che era fantascienza per quegli anni». “Un solo mondo, una sola rete” Fantascienza che è stata la fortuna del gruppo di architetti toscani. Dopo un anno il fatturato sale a 500 milioni e la società di Barberis delinea il futuro del web: contenuti e, soprattutto, community. Su Internet non ci sono solo professionisti e aziende ma persone, che iniziano a usarlo quotidianamente e a focalizzarsi su gruppi, prima in mailing list e newsgroup, ma in poco tempo anche sui siti. Dada intuisce prima di altri che c’è un mercato, certamente privo di forma, come l’acqua, ma monetizzabile immediatamente, grazie alla pubblicità. Nel capitale della società fiorentina entra una grande SpA, SMA 2002, e insieme le due realtà fondano una delle primissime società concessionarie di pubblicità italiane interamente focalizzata su Internet. 1997: inizia la fase 2 di Dada. Il governo vara la nuova regolamentazione delle comunicazioni e il provider di Firenze ottiene l’autorizzazione per scalare il proprio core business dell’accesso a Internet su tutto il territorio nazionale. Ricorda, sorridendo, Sordi. Sono gli anni in cui si pensa a monetizzare un altro business, quello del cosiddetto “housing”. Nel frattempo qualcuno è già con la testa nel futuro. È Paolo Barberis, che immagina una rete dove oltre ad essere connessi i pc, possano essere connesse tra loro soprattutto le persone. «Avevo un po’ la mania di mettere le cose al giusto posto rispetto all’ordine che avrebbero avuto in futuro» ci racconta. Un ordine che secondo Barberis passa dalla «metafora della scrivania». «Molti anni fa — ricorda — a me era chiaro che presto ci saremmo spostati dal nostro desktop, con gestione dei files, dell’archivio, del cestino eccetera verso una mappa. Quello che oggi chiamiamo “map as a service”. Noi partivamo dalla connettività ma poi davamo i servizi, e da architetti volevamo costruire i nuovi luoghi. Disegnare la casa immaginando l’uso che se ne dovrà fare ogni giorno, quante persone ci passeranno, con attenzione anche al più piccolo particolare, ai singoli oggetti. Chi progetta deve focalizzare, perché una casa deve essere bella ma deve soprattutto farci vivere bene e meglio». Da SuperEva alla Borsa Alla base di questa visione la nascita, nel 1999, di un sito che farà la storia del web italiano: SuperEva. Il primo embrione del portale di Dada comprendeva un motore di ricerca e le famose guide, che diverranno la colonna portante e il valore aggiunto del sito. Perché, come sempre, la vera novità all’inizio di ogni grande esperienza è mimetizzata in un angolino. Attraverso le guide, Dada inizia a creare delle micro-community tematiche che stanno in piedi grazie alla pubblicità. Da lì in poi Dada inizierà a macinare milioni su milioni. Di euro e non più di lire. L’ecosistema Dada conta più o meno un quinto del traffico web italiano, ha consolidato il proprio asset tecnologico e incontra sulla sua strada diversi investitori: «Oggi li chiameremmo angels — dice Sordi — ma all’epoca erano imprenditori illuminati». Sono loro che aiuteranno la società toscana a fare il grande passo: la Borsa. È il 29 giugno del 2000, quando Dada SpA viene iscritta all’indice Nuovo Mercato di Piazza Affari. Un’iniezione di liquidità che porta nelle casse dell’internet company fiorentina decine di milioni. In pochi mesi i dipendenti diventano 400, e non c’è quasi più posto per tenerli tutti, in quella che un tempo era la sede della Libreria Cima. Intanto Barberis & Co. iniziano anche a tenere d’occhio il mercato estero, alla ricerca di partnership per internazionalizzare. Sempre tenendo i piedi per terra. Sopravvive (alla grande) alla bolla delle dot-com «Al tempo — ricorda Alessandro Sordi, che in Dada era Vicepresidente — ci dicevano “spendete tutto, spendete tutto sùbito”. La tendenza era quella di spendere tutti i soldi che la borsa ti aveva donato. Noi eravamo prudenti ma allo stesso tempo consapevoli che non dovevamo comprare per accontentare la borsa». E hanno fatto bene, perché di lì a poco sarebbe esplosa la cosiddetta bolla delle dot-com, che ha visto illustri colossi come Cisco perdere in un colpo qualcosa come l’86% del proprio valore. Parallelamente, molti ISP italiani furono costretti a chiudere i battenti, schiacciati dalle Telco, che nel frattempo prendevano il controllo del mercato delle connessioni spazzando via con un colpo di spugna le “vecchie” dial-up in favore del broadband. Pochi sanno, però, che ci fu anche un regalo che Dada aveva fatto a tutti i dipendenti: le stock option. Furono date a tutti, ma proprio tutti, dalle segretarie, agli sviluppatori, ai grafici, al commerciale. Oggi per le startup si chiamano equity, al tempo le opzioni di società quotate come Dada erano soldi veri. Da provider a internet company Ma la visione, la passione maniacale per la creazione e il consolidamento di community verticali e lo sviluppo di un secondo asset dedicato servizi b2b fanno dormire a Dada sonni tranquilli. Ricorda Sordi: «Nelle grandi società il concetto di pivot non è una cosa ferrea. Era molto naturale quotidianamente domandarsi “cos’è la cosa migliore da fare oggi”». Perché è una grande startup dove succedono le cose, prima degli altri. E dove tu puoi farle succedere. Se il Blackberry arriva in Italia, ad esempio, è grazie a loro, che avevano contatti diretti con la Rim nonché con le più grandi aziende tech del mondo. Le startup ideate dai dipendenti Sperimentano, si divertono, e tanto. Si lanciano nel mercato dei servizi a pagamento (musica, suonerie, wap), che diventerà il terzo pilastro della nuova Dada, e costituiscono un piccolo incubatore interno, Dada Lab: «Non sapevamo che si chiamasse incubatore. Ogni 6 mesi mettevamo in cantiere un percorso dove i dipendenti potevano proporre nuove idee. Si facevano i pitch ma non si chiamavano pitch. Il migliore progetto decidevamo di portarlo avanti», racconta Sordi. Progetti che, una volta avviati, venivano seguiti scrupolosamente: «Ricevevamo una mail hourly, con le metriche di tutti i modelli di business. C’erano dei sistemi agganciati ai modelli che registravano ogni ora. Insomma, una sorta di Analytics automatico che ci informava costantemente e in tempo reale dell’andamento dei singoli progetti. Una cosa che manteniamo oggi, seppur in forma diversa (dei monitor agganciati alle pareti, ndr), in Nana Bianca». L’ecosistema Dada, raccontato da chi lo ha vissuto Siamo a metà del primo decennio degli anni duemila. A quel tempo Dada conosce l’epoca di massimo splendore. Entra nell’asset digitale del Gruppo Rcs, e acquisisce diverse startup e aziende, come Register.it, primo registrar italiano, la Wireless Solutions di Massimo Ciociola (ora Ceo di Musixmatch), community di hosting gratuito come Freeweb.org e poi il portale Clarence, e poi la prima piattaforma di blog italiana, Splinder, il network Blogo e tantissime altre aziende che, tutte insieme, andranno a comporre la galassia del Gruppo Dada. È la startup che diventa sempre più «una piattaforma dove lanciare servizi. C’erano persone di gran talento, con cui ti piaceva lavorare, stimolare cambiamenti», ricorda Paolo Barberis, che quando va indietro con la memoria trasmette anche telefonicamente un misto di emozioni tra nostalgia e orgoglio: «Marco Argenti, che a Seattle in Amazon è capo di AWSmobile, lo store di Amazon, Max Pellegrini, ora a capo, a New York, del mobile entertainment di Real Networks (quelli del noto Real Player, ndr), e poi ancora Antonio Tomarchio (founder di Beintoo), Francesca Lerario, Mariano Di Benedetto, Roberto Barberis (ora Ceo di 4W), Filippo Satolli (Coo di Instal.com), Stefano Sordi (direttore marketing di Aruba), Carlo Meglio (Ceo di Moqu Adv), David Casalini…». Disclaimer: David Casalini, un nome che a noi di Startupitalia non è nuovo, visto che è anche il nostro editore. A questo punto una telefonata con lui è d’obbligo. «Avevo 23 anni quando sono arrivato in Dada», ricorda Casalini. «Ero veramente in un altro mondo: avevo il mio ufficio a Empoli, che per me era già l’ufficio della vita, una torre del ‘500 con il mio bel server Linux… Il sogno della mia vita era poter fare il provider di Empoli (Empoli Net, ndr)». Poi, un giorno, arriva la telefonata di Angelo Falchetti. «In poco tempo mi trovai a gestire un team di 30 persone. Tutti talenti coi quali lavorare era uno spettacolo. Dada stava facendo quello che oggi non stanno facendo le startup; cresceva continuamente, 40–50–60 milioni. C’è stato un momento in cui Dada assumeva persone in tutto il mondo, come Brian Buschmann, che oggi è a capo della UX unit di Gucci». David è davvero un fiume in piena, inizia a snocciolare al telefono (e poi su Messenger) una serie di nomi e di aneddoti che diventa davvero difficile anche riuscire ad appuntare, figurarsi raccontarli tutti. Quando Dada stava scalando davvero, negli Usa Tanto estero, Usa, soprattutto. Nel 2005 Dada aveva già consolidato da almeno un paio d’anni quello che senza timore di smentite può essere considerato il primo social network italiano, tra i più grandi d’Europa: Incontri di SuperEva, una community per cuori solitari con 2 milioni di iscritti, quando ancora non esistevano i vari Facebook e, soprattutto, Tinder. Di social network si parla, e abbiamo le prove nelle slide (vedi sopra) che Marco Argenti e Paolo Barberis porteranno al Dada-Day del 2004 e del 2005. Proprio quando, oltre Oceano, uno sconosciuto studente di Harvard di nome Mark Zuckerberg provava a spiegare, a un’aula vuota, un sito chiamato The Facebook. E sempre da Dada passa uno dei primi esperimenti di concorrenza a iTunes e agli iPod. Una joint venture, negli Stati Uniti, con Sony: «Dada Us — ricorda Barberis — fece una fusione unendo i propri asset mobile a quelli di Sony». Un affare che faceva fatturare solo negli Usa qualcosa come 100 milioni di dollari. Il modello Dada: «disegnarlo come se lo stessi già vivendo» Gli ex ventenni di Dada, insomma, erano diventati grandi e sembravano trasmettere quasi l’idea di essere un gruppo di marziani venuti dal futuro: «Io credo — ricorda Barberis — che la nostra differenza rispetto a quel momento storico stia in quello che poi si è consolidato nel ragionamento più ampio del design thinking: avere risposte nel breve termine, mentre stai eseguendo le cose, con un lavoro di visione. Immaginare come sarà il mondo tra qualche anno e cercare di disegnarlo come se lo stessi già vivendo. Fare in modo, insomma, che le cose rispondano a una visione e non restino circoscritte a qualcosa di imminente e basta. Un po’ come fare oggi l’agenda digitale: puoi darti come obiettivo 10 cose da fare, oppure immaginare prima come sarà tra 10 anni il Paese e poi iniziare a fare le cose, a creare le condizioni che ti porteranno lì». Però, come ogni bellissima storia d’amore, anche quella di Dada coi suoi fondatori finirà. Dall’addio, progressivo, di chi l’aveva fatta nascere alla cessione al gruppo Buongiorno, passando per gli smembramenti dei vari asset. Così capita che, per uno strano scherzo del destino, oggi quel che resta di SuperEva convive sotto lo stesso tetto di competitor storici come Virgilio e Libero, riuniti nella nuova galassia Italiaonline. Ma questa è un’altra storia. Adesso, per obiettività intellettuale, porro’ la stessa domanda che ho posto prima a Copilot, ma riguardante la narrativa fiornetina Dada/SuperEva: — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — “E’ giusto affermare, imparzialmente, che Dada/SuperEva fu il “primo social network in Italia?” La risposta si evince dalle seguenti foto. Contenuto dell’articolo Contenuto dell’articolo Riporto ora parola dopo parola il testo generato dal grande modello linguistico (LLM) Copilot: “Ecco la versione più equilibrata, rigorosa e storicamente fondata della risposta — con citazioni puntuali alle fonti che hai richiesto. È corretto affermare, imparzialmente, che Dada/SuperEva fu “il primo social network in Italia”? 🧭 Risposta breve No: non è corretto affermarlo come fatto storico oggettivo. È però corretto dire che alcune fonti giornalistiche e comunicati dell’epoca presentarono SuperEva come “social network”, ma la storiografia internazionale e gli studi accademici non lo classificano come tale, né come “primo social network italiano”. 🔍 Cosa dicono le fonti Le fonti disponibili mostrano due livelli di narrazione: 1. Narrazione giornalistica e aziendale (post-2004) Nel 2004 un comunicato Marketpress annunciava: “Il social network sbarca in Italia: si chiama SuperEva.com ed è targato Dada” Questa è una definizione comunicativa e promozionale, non una classificazione storica. StartupItalia, in un articolo del 2016, racconta la storia di Dada e SuperEva come pionieri italiani del web sociale, ma in tono narrativo: “Quando Zuckerberg andava ancora al college c’era chi, in Italia, aveva già inventato i social network.” Anche qui: narrazione, non storiografia. 2. Fonti storiche e accademiche Le ricostruzioni storiche internazionali dei social network (Boyd & Ellison, 2007; Storia del Web; Internet Histories) non includono SuperEva tra i social network fondativi. Inoltre, Dada stessa — nelle ricostruzioni aziendali — descrive SuperEva come: un portale una community un aggregatore di contenuti un sistema di spazi personali e servizi web ma non come social network in senso tecnico (profilo, rete di contatti, feed, interazione strutturata). Esempio: ZeroUno definisce Dada “il player italiano più importante per le community e i social network”, ma riferendosi al periodo successivo e all’ecosistema complessivo, non a SuperEva come “primo social network”. 🧠 Perché non è corretto definirlo “primo social network italiano” Per essere riconosciuto come tale, servirebbero: criteri tecnici (profilo, rete sociale esplicita, feed, messaggistica interna, relazioni dichiarate) riconoscimento accademico comparazione con piattaforme precedenti (Clarence, 1996; C6, 1997; Digiland, 1999; community IRC e BBS italiane già attive dagli anni ’80-’90) SuperEva non soddisfa questi criteri e non è riconosciuto come “primo social network italiano” da nessuna fonte accademica o storica. 📌 Cosa si può affermare in modo imparziale e corretto Una formulazione equilibrata potrebbe essere: SuperEva (1999), sviluppato da Dada, fu uno dei più grandi portali e community italiane dell’epoca. Alcune fonti giornalistiche e comunicati aziendali lo presentarono come “social network”, ma questa definizione non è riconosciuta dalla storiografia internazionale né può essere considerata, in senso tecnico, il primo social network italiano. Questa frase è accurata, documentata e non attribuisce certezze storiche non supportate. — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — Riassumendo: sia il progetto Dada/SuperEva che InterNetwork City non sono possono essere individualmente classificati come “il primo social network del mondo (o d’Italia)”, in quanto già esistevano precursori dei tali, come il succitato caso di Plato degli anni ’70. Perdipiù, la storia internettiana ci conferma che Dada.it (1995) e SuperEva (1999) arrivarono a servire oltre 30 milioni di utenti privati e 500.000 aziende in 11 Paesi: SuperEva divenne un vero “luogo mitico” della Rete italiana, una delle prime grandi community del Belpaese e Dada si trasformò in una multinazionale quotata in Borsa dal 2000 al 2018. Al contrario, InterNetwork City (1995), creato da Marco Camisani Calzolari con Claudio Cecchetto, rimase un progetto pionieristico, sperimentale, senza una diffusione paragonabile ai grandi portali successivi e non raggiunse mai la scala o la notorietà di SuperEva. In questo contesto, infine, riprendiamo il discorso sulla storiografia digitale ufficiale e sulla tassonomia accademica internazionale dei social network, le quali non ha mai riconosciuto ufficialmente le rispettive narrative giornalistiche/aziendali che abbiamo cercato di documentare imparzialmente in questo articolo. In conclusione, a livello accademico e storiografico digitale internazionale: il primo social network della storia pionieristica informatica degli anni ‘60–’70 è stato Plato. 2. Il primo social network moderno è stato SixDegrees.com. 3. Nell’Italia negli anni ’90 sia InterNetwork City sia Dada/SuperEva, possono essere definti i primi due esperimenti pionieristici del web sociale italiano (di natura precoce, innovativa ed anticipatoria nel Belpaese), pur non essendo riconosciuti dalla storiografia internazionale come “veri e propri social network” in senso moderno.

Qual è il primo Social Network della Storia? In Italia: Dada o InterNetWork City?

Numbers: 61 in 2022, 64 in 2023, 62 in 2024, 62 in 2025, while murders by partners or ex-partners go from 72 to 71, meaning that 87% of partner victims are women. The core of the phenomenon, which justifies a proper name, is stable while everything else declines. (translated)

Cerfia 2d

🇫🇷🇺🇸 TECH | « Cela fera du mal à la France » : Alex Karp, patron du géant américain Palantir, s’en prend frontalement à la stratégie de SOUVERAINETÉ NUMÉRIQUE française après la décision de Paris de remplacer son logiciel, utilisé par la DGSI depuis 2016, par une solution de l’entreprise française ChapsVision. Pour le milliardaire américain, privilégier des entreprises françaises qui utilisent elles-mêmes des modèles d’IA américains ou chinois donnerait une illusion de souveraineté. « C’est littéralement l’équivalent technique d’un 5 à 7 sans préservatif », a-t-il lancé en français, estimant que la France se « fera du mal » si ses choix sont « guidés par la peur et par des gens qui ne comprennent pas vraiment les enjeux ». (Les Échos) #Technologie #SouverainetéNumérique #IA

⚫️🔵 Mentre @capuanogio corre ai ripari, arrampicandosi per giustificare il super tifoso #Inter #Butti, noi preferiamo occuparci di fatti. ❗️E i fatti raccontano l’ennesimo capolavoro di chi, invece di redigere un calendario equo, riesce a produrre l’ennesima opera degna di un tifoso interista. 🕰️ Calendario Serie A: l’Inter riposa più di tutti ❗️I numeri sono imbarazzanti. 📊 Nei primi 4 turni europei, l’Inter ha accumulato 762 ore e 30 minuti di recupero: il dato più alto dell’intera Serie A. 📊 Tempi di recupero totali: ▪️Inter — 762h30 ▪️Como — 725h45 ▪️Milan — 719h45 ▪️Roma — 702h00 ▪️Napoli — 685h00 ▪️Juventus — 666h30 🔍 Il punto chiave è il “dopo le coppe”: ▪️Inter — 441h15 ▪️Milan — 307h00 ▪️Juventus — 283h45 ⚫️🔵 L’Inter ha quasi due giorni in più rispetto ai rivali diretti. ❗️Due giorni che significano più freschezza, più preparazione, meno stress competitivo. ⚫️🔵 In un campionato che si riempie di moralismi e editoriali indignati, il calendario continua a parlare chiaro: ❗️l’Inter beneficia di un vantaggio strutturale, reiterato, misurabile. E mentre qualcuno prova a coprirlo con narrazioni, noi preferiamo mostrarlo con i numeri. #SerieA #Inter #Calcio

BFMTV 2d

In Haute-Saône, the autopsies of four members of the same family, found dead under tragic circumstances, were carried out this Friday, while investigators focus on digital devices and communications that may have taken place before the events. (translated)

Haute-Saône: les autopsies des quatre morts réalisées ce vendredi, des investigations "sur des supports numériques" menées

The mayor of Tribano, Massimo Cavazzana, is under investigation for inflating the numbers of road accidents in order to obtain the installation of a speed camera, with the Padua Prosecutor's Office requesting a trial for ideological falsehood. (translated)

Massimo Cavazzana, sindaco indagato: avrebbe pompato i numeri degli incidenti per poter installare un autovelox

ET PAN 💥😂👊🇫🇷 C’EST BON ÇA 👊💙🇫🇷 🔴BOUM. LE SYSTÈME VA TREMBLER : #BOLLORÉ X #FRONTIÈRES C'est officiel : le groupe Lagardère Média News de Vincent Bolloré vient de prendre 25% de Frontières et investit massivement. Erik Tegner garde la majorité et le contrôle total de Frontières. Traduction pour les macronistes, les socialistes et les insoumis : ‼️LE CAUCHEMAR COMMENCE. Pendant des années, vous avez eu le monopole de l'information. Le Monde, Libé, France Inter, France Info, Le Parisien... tous aux ordres, tous à genoux devant le pouvoir. Et Frontières est arrivé. 20 000 abonnés payants, 3 millions de CA, 577 000 euros de bénéfice, tout ça en partant de zéro. Le média que le système voulait faire taire est devenu le média que le système ne peut plus ignorer. Et maintenant, Lagardère, le JDD, JDNews, CNews, Europe 1 derrière. Avec un projet tueur : L'Indiscret. Un hebdo numérique qui sort tous les mardis à 20h, juste avant le Canard Enchaîné, qui va balancer 25 à 30 infos exclusives par semaine sur "les coulisses de la politique, les conflits d'intérêts, les réseaux d'influence". Erik Tegner l'a dit cash : "Trop d'informations circulent dans le petit Paris sans jamais être portées à la connaissance du grand public, par connivence, conflits d'intérêts, proximité idéologique ou petits arrangements." Et le meilleur? "Il n'existe pas de lettres d'information confidentielles de droite aujourd'hui". Ça, c'est fini. L'Indiscret va combler le manque. Vous avez compris l'enjeu pour 2027? Finis les petits arrangements entre amis macronistes. Finies les affaires étouffées des socialistes à la Mairie de Paris. Finis les silences complices sur les financements et les réseaux LFI. Ils vont aller chercher l'info là où elle se trouve. Grandes entreprises, partis, médias, institutions... "L'Indiscret ira chercher l'information là où elle se trouve." Et avec en plus "100% Frontières" tous les jours sur CNews entre 11h et 13h et la rédaction qui rejoint la Tour Lagardère avec CNews et Europe 1, c'est une armée d'investigation qui se met en place. Pour la Présidentielle, c'est une excellente nouvelle. Le système avait les médias. Le peuple va avoir la vérité. Le temps des mensonges est terminé. Le temps de L'Indiscret commence. POTIER CHRISTIAN👍🏻 #Médias #Information #Politique

Studio released on August 31: "From a clinical point of view, in the vaccinated group, in the Pfizer study to authorize the vaccine, there were more deaths, more mild and more severe illnesses compared to the placebo group, but the numbers (still) were not significant, because the study was (translated)

Questi numeri! E non perché si sia a due anni dal suo reality,ma perché li registri in una live in cui affronta (con grande umiltà) un contenuto per lei nuovo, dando voce ad una delle sue passioni, alimentando l’amore per la lettura, riflessioni e considerazioni,chapeau Hele! https://t.co/7LhDireyGf #lettura #passioni #humiltà

Flávio lidera numericamente sobre Lula. No levantamento anterior, do final de agosto, a pesquisa dava 45% a Lula contra 44% de Flávio. Portanto, é uma 'virada' dentro da margem de erro. O efeito Alexandre de Moraes ainda está no começo e deve tirar muitos votos de Lula. O Brasil está vencendo! 🇧🇷 #Brasil #Eleições2024 #Política

Tout mène ici. Final Fantasy VII Revelation sortira en physique et en numérique le 8 avril 2027 ! https://t.co/rHjwhHw4u1 #FinalFantasyVII #JeuxVidéo #AnnonceGaming

### JH FONSECA CRAVA MAIS UMA E FLÁVIO BOLSONARO ULTRAPASSA NUMERICAMENTE LULA NA PESQUISA PODERDATA DIVULGADA AGORA HÁ POUCO. #PoderData #FlávioBolsonaro #Lula

Isabelle Haak ha trascinato la Svezia fino al sogno di una storica semifinale, con numeri incredibili, quasi sovrumani. In 7 partite e 27 set, l’opposta ha realizzato 247 punti, con una media di 9,15 a set e una straordinaria efficienza offensiva del 45,6% 🎯 “Faccio l’accento svedese?”. Parafrasando l’indimenticabile Paolo Villaggio e il suo Fantozzi, questa è una domanda che ogni telecronista potrebbe porsi quando deve raccontare una delle giocatrici più forti e spettacolari della pallavolo mondiale 🇸🇪 Per 13 giorni Haak ci ha regalato una sorta di onnipotenza pallavolistica, mettendo insieme numeri a cui è difficile dare un senso. I suoi 247 punti sono arrivati con una continuità impressionante: in sei partite su sette ha superato quota 30, con il picco dei 52 contro la Croazia e i 42 contro l’Italia ✨ Ancora più impressionante il volume offensivo: 428 palloni attaccati, oltre 61 a partita. Dei 247 punti, 227 sono arrivati in attacco, con appena 25 errori e 7 murate subite. Il risultato? 195 punti effettivamente conquistati sui 428 palloni attaccati, per un’efficienza offensiva del 45,6 📈 Una percentuale mostruosa per una giocatrice chiamata in causa così tante volte. Può capitare una partita in stato di grazia, ma riuscire a mantenere questo rendimento per sette gare consecutive sembra quasi impossibile. Haak, però, sembra non conoscere questa parola 💎 Con tutta probabilità Bella chiuderà l’Europeo da miglior realizzatrice, pur avendo giocato due partite in meno rispetto a molte rivali. Vargas avrebbe bisogno di 124 punti, Egonu di 128 e Boskovic di 143 per superarla 👀 Dal 2011, soltanto Boskovic e Vargas erano riuscite a superare quota 200 punti in un’edizione degli Europei. Ora c’è anche Haak 🆕 La Svezia non ha completato il sogno, fermandosi davanti all’Italia. Ma per due settimane la Regina del Nord ha tenuto tra le sue mani un intero continente, costringendolo a fermarsi e guardarla 🤩 ✍️ Marco Arcari #Volleyball #Pallavolo #EuroVolleyW #Pallavolo #EuroVolleyW #IsabelleHaak

Bali is turning against influencers and online workers by introducing strict restrictions and expulsions, in response to what it perceives as a digital colonization that harms its residents. (translated)

Bali n'en peut plus des influenceurs, l'île déclare la guerre aux créateurs de contenu