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#comunicato

Il grande cuore di Jannik 🧡 La Fondazione Jannik Sinner e l’UNICEF Italia hanno firmato un accordo biennale di collaborazione per sostenere il diritto all’istruzione di quasi 100.000 bambine e bambini che vivono in contesti di crisi umanitarie e conflitti 💝🏫 Questa partnership - cita il comunicato di @unicef - ha l’obiettivo di rafforzare la capacità dell’UNICEF di rispondere rapidamente alle emergenze, in particolare per il settore dell’istruzione, attraverso l’allestimento di spazi temporanei per l’apprendimento nelle aree in cui le infrastrutture scolastiche sono state danneggiate o distrutte e rendendo disponibili kit educativi pronti per essere distribuiti anche nelle aree più remote, zone di conflitto e territori colpiti da disastri. 📚🎒 Tra i kit educativi progettati per essere utilizzati rapidamente: le School-in-a-Box contenenti quaderni, matite, righelli e tutto il necessario per organizzare le attività scolastiche di circa 40 bambini e un insegnante; gli Early Childhood Development Kit che contengono giochi e materiali che favoriscono l’apprendimento e lo sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo per la prima infanzia; i Recreation Kit che permettono di realizzare attività ludiche, motorie e di gruppo. Un'iniziativa davvero degna di nota, bravo Jannik 🎩 #JannikSinner #UNICEF #istruzione

Il comunicato del tifo organizzato per sostenere i ragazzi in vista della gara con il #Milan. https://t.co/w88ZIcmgZO #tifosi #supporto #calcio

Molti giornali fotocopiano il comunicato della Meloni, e scrivono: “Tornano le preferenze”. Balla fantastica, in realtà sono preferenze tarocche, una vera truffa. Funzionerà così: noi elettori potremo indicare tre nomi, e poi nell’80% dei casi passerà solo il capolista bloccato. #Politica #Elezioni #Meloni

oli🎡 3d

Situazione comunicativa in Ferrari non all’altezza. Un tuo pilota fa un incidente serio: non esce mezzo comunicato. i giornali conseguentemente si spaccano: per qualcuno CL sta bene per altri hanno chiamato Giovinazzi e il team comunque è in silenzio stampa OTTIMO #Ferrari #Formula1 #Sport

g. 3d

ve la butto lì, per evitare di cadere in titoli clickbait e creare confusione sarebbe sufficiente un semplice comunicato che attesti che è tutto a posto. quando avete tempo magari @ScuderiaFerrari #ScuderiaFerrari #Formula1 #Motorsport

Il CT Fefè De Giorgi ha comunicato le sue scelte per l’Europeo👇🇮🇹 🏐 PALLEGGIATORI: Simone Giannelli, Riccardo Sbertoli 🏐 SCHIACCIATORI: Mattia Bottolo, Daniele Lavia, Alessandro Michieletto, Luca Porro, Francesco Sani 🏐 CENTRALI: Gianluca Galassi, Pardo Mati, Giovanni Sanguinetti 🏐 OPPOSTI: Yuri Romanò, Kamil Rychlicki 🏐 LIBERI: Fabio Balaso, Gabriele Laurenzano #Pallavolo #Volleyball #Italia #EuroVolley #ItalVolley #Pallavolo #EuroVolley #ItalVolley

ANSA.it 4d

The Eliseo has communicated that the United States has reported a renewed willingness from Russia to negotiate after the Duma elections, while the Kremlin does not rule out a possible phone call between Putin and Trump after the mission of the American envoys. (translated)

L'Eliseo: 'Gli Usa hanno riferito di disponibilità russa a trattare dopo le elezioni della Duma'

@ScuderiaFerrari lo rilasciamo un comunicato per far sapere come sta il vostro ed il nostro pilota, che ieri ha avuto un incidente da 60G? #Ferrari #Formula1 #Incidente

LETTERA AL MIO PEGGIOR ALLIEVO Stamattina ho letto uno dei tanti straordinari post del mio amico Mattia Madonia, che si chiedeva cosa direbbe Indro Montanelli del suo allievo @marcotravaglio, e così, davanti alla mia vecchia Olivetti Lettera 22, ho pensato di somministrare il post all’AI come elemento di contesto e le ho chiesto di commentare il “lavoro” di Travaglio come se a scrivere fosse Montanelli. L’AI ha scelto autonomamente una lettera aperta, che riporto di seguito senza correzioni. —- Caro Marco, la chiamo per nome, come si fa con i figliocci e con i traditori: due categorie che, in una vita lunga e litigiosa, ho imparato a non tenere troppo distanti. Le batto queste righe sulla Lettera 22 - la verde - che qualcuno ha avuto la bontà di recapitarmi quassù, o quaggiù, non ho ancora capito in quale reparto mi abbiano sistemato. La macchina per scrivere ha un difetto che è la sua unica virtù: batte una lettera per volta, e ogni tasto è un fatto. Con una Lettera 22 non si bara. Con una linea editoriale, a quanto vedo, sì. Le devo un ringraziamento e una frustata, nell’ordine. Il ringraziamento è per avermi copiato la posa: il bastian contrario, l’uomo solo controvento, quello che dà del somaro a tutti. Bravo. Ha imparato la mia faccia. Peccato che della mia faccia lei abbia preso la smorfia e buttato via l’osso: perché controcorrente ci si va per amore dei fatti, non per amore della corrente contraria. Il contrarianismo senza i fatti non è coraggio, ma vanità con l’elmetto. Veniamo alla frustata, che è più istruttiva. Io, la guerra di un piccolo popolo aggredito da un colosso, l’ho vista con questi occhi, nel Quaranta, sugli sci, al gelo, tra i finlandesi. Non commentai una riga: raccontai. Raccontai la neve, i cecchini bianchi, i carri sovietici che si impantanavano nella loro stessa arroganza. E il lettore, senza che io glielo dicessi, diventava profinlandese. Perché la verità, quando la lasci in pace, cammina da sola. È il mestiere, caro Marco. Quello che lei ha smesso di fare. Perché quando un altro piccolo popolo - lo scriva pure, il nome, Ucraina, non morde - si è trovato sotto lo stesso colosso, con lo stesso pretesto delle minoranze da proteggere e delle zone cuscinetto da inventare, lei che ha fatto? Ha lasciato parlare i fatti? No. Ha lasciato parlare le veline. Ha preso il comunicato dell’aggressore e gli ha messo addosso la cravatta buona del dubbio: l’«eh, ma la NATO», l’«eh, ma non è tutto bianco e nero». Certo che non è tutto bianco e nero. Ma quando un carro armato entra in casa d’altri, il colore glielo do io: è del colore del torto. Lei mi dirà che pone domande, che dubita, che non si fa arruolare. Il dubbio, caro figliolo, è un arnese sacro, a patto di usarlo su tutti. Il suo lo tira fuori sempre e soltanto contro gli aggrediti. Un dubbio a senso unico non è giornalismo: è ufficio stampa con la puzza sotto il naso. Le confesso una cosa, ché quassù (o quaggiù) si diventa sinceri per noia. Di errori ne ho collezionati a bizzeffe, alcuni imperdonabili, e ho pagato anche con del piombo nelle gambe, regalatomi da gente che il dubbio non lo tollerava affatto. Non le do lezioni di virtù: sarei ridicolo. Le do una lezione di mestiere, l’unica cosa su cui posso ancora permettermi la superbia. Ed è vecchia come il piombo dei tipografi: i fatti prima, l’opinione dopo, e mai - mai - l’opinione travestita da fatto. Lei ha fatto l’esatto contrario. Ha preso il mio metodo, l’ha capovolto, e ci ha appiccicato sopra la mia foto come un santino. È l’unico plagio che non le perdono: non quello dei fatti, ma quello della faccia. La saluto. E le lascio, come si usa tra maestri e cattivi allievi, un compito per casa: un giorno solo, uno, provi a far parlare i fatti dell’aggredito con la stessa generosità con cui fa parlare i dubbi dell’aggressore. Vedrà che fatica. Il mestiere è tutto lì. Suo, con l’affetto ruvido che si deve ai figli sbagliati, I. M. #giornalismo #opinione #scrittura

Luka Modric ha deciso di continuare con la Croazia, dopo aver deciso (ma mai comunicato) di smettere dopo il Mondiale. Il c.t. Slaven Bilic: “La sua decisione ci rende estremamente felici”. Luka nella pausa di settembre-ottobre sarà con la Croazia, non a Milanello. https://t.co/geA81gBXqR #LukaModric #Croazia #Calcio

Qual è il primo Social Network della Storia? In Italia: Dada o InterNetWork City? SOURCE: https://www.linkedin.com/pulse/qual-%C3%A8-il-primo-social-network-della-storia-italia-o-sardella-ph-d--tfl3f Quando si parla di primati tecnologici, la precisione storica è fondamentale. Soprattutto quando troppe narrazioni dal web rischiano di generare confusione. Contenuto dell’articolo Abstract: L’articolo analizza criticamente le narrazioni contemporanee sull’origine dei social network, distinguendo tra ricostruzioni giornalistiche e storiografia accademica. Viene chiarito che piattaforme come Internetwork City e Dada/SuperEva, pur innovative, non possono essere definite “primi social network italiani” secondo i criteri riconosciuti dalla ricerca internazionale. Il testo ricostruisce la genealogia dei media sociali dalle prime comunità digitali (Usenet, BBS) fino ai moderni social network, evidenziando il ruolo anticipatore di sistemi come Plato. Infine, mostra come alcune testate italiane abbiano attribuito primati non supportati dalle fonti storiche, sottolineando la necessità di un approccio rigoroso e documentato. Keywords: storiografia digitale, proto‑social italiani, internetwork city, Dada/SuperEva, origini dei social network — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — Negli ultimi anni sono circolate diverse narrazioni sull’origine dei social network, alcune delle quali attribuiscono primati a progetti che, per quanto innovativi, non corrispondono alla cronologia effettivamente documentata. Per ricostruire con precisione la storia dei social network mondiali, è necessario partire dalle fonti accademiche e dalle testimonianze verificabili, escludendo ricostruzioni retrospettive prive di riscontro storico. Ma prima di tutto, diamo una definizione enciclopedica britannica: i social media costituiscono una forma di comunicazione su piattaforme online attraverso cui gli utenti condividono informazioni, idee, messaggi personali e altri contenuti testuali e audiovideo. Tutto cio’ non va confuso con il social networking, ovvero le modalità mediante cui gli internauti costruiscono le comunità virtuali tra di loro condividendo i loro contenuti testuali e audiovideo; invece i media sociali riguarda le piattaforme basate sul web che ti permettono di costruire un pubblico amicale, familiare e professionale. Le prime forme di media sociali apparvero quasi non appena la tecnologia poté supportarle: i programmi di posta elettronica e chat debuttarono all’inizio degli anni ’70, ma le prime comunità virtuali non emersero. Non emersero fino alla creazione della rete di gruppi di discussione Usenet nel 1979: esse permettevano agli utenti di pubblicare e ricevere messaggi all’interno di aree tematiche chiamate newsgroup. Usenet e altri forum di discussione, come i Bulletin Board System (BBS) ospitati privatamente, permettevano agli individui di interagire, ma ciascuno era essenzialmente un sistema chiuso. Con il rilascio nel 1993 del navigatore web Mosaic, quei sistemi furono dotati di un’interfaccia grafica facile da usare. Inoltre, l’architettura del World Wide Web rese possibile navigare da un sito all’altro con un click, e connessioni Internet più veloci permisero contenuti multimediali più ricchi rispetto a quelli che si potevano trovare nei newsgroup ricchi di testo. Il primo Social Network mondiale moderno: SixDegrees.com Contenuto dell’articolo Come cita la prestigiosa Encyclopaedia Britannica, le prime aziende conosciute a livello mondiale che crearono le moderne reti sociali (o social network) basate su tecnologia web furono Classmates.com e SixDegrees.com. Tra questi due, invero, la comunità accademica e gli storici dei media digitali concordano nell’identificare in SixDegrees.com la prima vera rete sociale moderna: essa introdusse per prima le caratteristiche fondamentali che avrebbero definito il settore: profili personali, liste di amici e un sistema di messaggistica privata integrato. Infatti Classmates.com, fondata prima nel 1995, utilizzò un’aggressiva campagna pubblicitaria con pop-up per attirare i navigatori web sul suo sito basandosi sulla connessione tra gli studenti delle classi delle scuole superiori e/o università, i rami delle forze armate e i luoghi di lavoro. SixDegrees.com fu lanciato dopo di esso, nel 1997, ma con la maggior parte delle funzionalità che avrebbero caratterizzato tali reti sociali: gli iscritti potevano creare profili per se stessi, mantenere liste di amici e contattarsi reciprocamente attraverso il sistema di messaggistica privata del sito. Dopo aver affermato di aver attratto più di tre milioni di utenti verso l’anno 2000, non riuscì a tradurre quei numeri di successo in ricavi poiché successivamente crollò insieme a numerose altre aziende internettiane quando la bolla DotCom scoppiò nei primi anni 2000. Il primo Social Network italiano: Quale? Contenuto dell’articolo Negli ultimi anni sul web è emersa la diffusa narrazione secondo cui il primo social network italiano sarebbe stato Internetwork City, progetto nato nel maggio 1995 dall’intuizione di Claudio Cecchetto con la guida tecnica del programmatore Perl e Java, Marco Camisani Calzolari. Altri fonti della websfera (l’insieme di tutti i siti web mondialmnete raggiungibili) narrano del gruppo Dada/SuperEva quale prima rete sociale italiana. Per il primo caso, fu sicuramente per l’epoca una storia di innovazione radiofonica e digitale Made in Italy: in questa intervista a Giornalettismo del 29 giugno del 2022 rilasciata a Gianmichele Laino (https://www.giornalettismo.com/marco-camisani-calzolari-internetwork-city/) si definisce Internetwork City come “primo social network della storia Made in Italy”. Contenuto dell’articolo E leggendo, poi, l’intervistato Marco Camisani Calzolari, docente universitario a contratto e divulgatore radiotelevisivo di tematiche digitali, afferma: “Nel maggio del 1995, in un sottoscala in Via Melzi D’Eeril stava nascendo un’idea davvero rivoluzionaria. Dietro c’era l’intuizione di Claudio Cecchetto e la guida di Marco Camisani Calzolari: Internetwork City è il primo social network al mondo, uno spazio all’interno del quale gli utenti riuscivano a interagire, in un’epoca in cui la rete era un luogo dove le possibilità di interscambio erano ancora una eventualità futuristica.” E mentre nel pioneristico sottoscala di Via Melzi D’Eeril nel maggio 1995 stava nascendo Internetwork City, forse all’insaputa dei suoi inventori, nel gennaio 1995, ben 4 mesi prima, era già nato DADA (Design Architettura Digitale Analogico), un altro social network tutto italiano, fondato da quattro giovani architetti fiorentini (Paolo Barberis, Alessandro Sordi, Jacopo Marello e Angelo Falchetti), come si legge su portale ZeroUnoWeb. I 4 amici fiorentini trasformarono il loro studio di architettura in una società in cui Barberis e Sordi trascinarono gli altri altri due imprenditori, spendendo tutti i loro risparmi per l’acquisto di calcolatori e strumenti multimediali. Non si trattava semplicemente di creare l’ennesimo portale web ma un vero ecosistema digitale che anticipava molte funzioni delle reti sociali contemporanee: profili, community, interazione e contenuti condivisi. Questa narrazione di DADA, pero’, viene “nuovamente smentita” se leggiamo l’articolo giornalistico di Repubblica del 27 maggio 2021 portante la firma del giornalista Riccardo Luna, intitolato “A Milano Claudio Cecchetto (e Marco Camisani Calzolari) lanciano un social network,” leggibile cliccando il seguente link: https://www.repubblica.it/tecnologia/2021/05/27/news/a_milano_claudio_cecchetto_e_marco_camisani_calzolari_lanciano_un_social_network-302961639/ Contenuto dell’articolo Il sottotitolo (o sommario) riecheggia:“E’ stato il primo social network della storia e nacque in Italia. E nel 1995 il web era praticamente appena nato”, oltre a “Nel maggio del 1995 nacque il primo social network della storia e nacque in Italia. Forse il primo. Chissà. Ma se si pensa che Facebook è del 2004, Second Life e MySpace del 2003, si capisce benissimo l’enormità di quello che ho appena scritto. Nel 1995 il web era praticamente appena nato”. Ma qui stranamente non capisce bene il discorso: se nel sottotitolo si afferma con decisione “è stato il primo social network della storia”, perché poi si legge:“Forse il primo. Chissà” Mi sembra un controsenso, sinceramente. Ma lasciamo l’arduo compito decisionale ai lettori imparziali. Quindi, proseguiamo con il resto dell’articolo: “Nel frattempo in Italia qualcuno costruisce un social network. Chi? Claudio Cecchetto. Sì lui, l’autore del Gioca Jouer, l’inventore di Radio Deejay e di un altro modo di fare radio. E’ stato anche un pioniere di Internet. Nel maggio del 1995 lancia un social network chiamato Internetwork City, la città del network di Internet. Lo aveva costruito, una riga di codice dopo l’altra, un giovane programmatore che, grazie a questa storia, sarebbe diventato brillante divulgatore di digitale (da tempo è uno dei volti di Striscia la Notizia): Marco Camisani Calzolari. Quando ripensa a quei tempi MCC si entusiasma: “Era un social network a tutti gli effetti. Un luogo dove ci si poteva iscrivere, avere un profilo e parlare con gli altri. Era uno dei primi della storia del web, e lo aveva inventato Claudio Cecchetto. Lo aveva pensato navigando con il Videotel, ma poi era arrivato il world wide web. Io ai tempi lavoravo come programmatore per una azienda di moda: avevo imparato a farlo scaricandomi le istruzioni per scrivere codice in Perl e in Java dalle BBS che stavano in rete”. Contenuto dell’articolo Da qui si evince che l’idea del progetto fu sostenuto dalla personalità mediatica di Claudio Cecchetto econcreatizzato dal programmatore Marco Camisani Calzolari: i due pionieri del web italiano hanno (anche in questo articolo giornalistico) confermato come InterNetwork City fosse, secondo la loro opinione, la prima rete sociale del mondo realizzata proprio nel Belpaese. Ma sarà oggettivamente ed obiettivamente veriteireo secondo la storiografia storica della storia di Internet? Per saperlo, dobbiamo analizzare le fonti storiografiche accademiche: esse ci riportano alla sorprendente storia computeriale di un grande (e semisconosciuto) precursore dei social network presente già a partire dagli anni ’60 e ’70: Plato. Plato: il Precursore di tutti i Social Network del Mondo Contenuto dell’articolo Plato (Programmed Logic for Automatic Teaching Operations) rappresenta uno dei casi più affascinanti di tecnologia anticipatrice nella storia dell’informatica: sviluppato presso l’Università dell’Illinois di Urbana-Champaign a partire dal 1960 da Donald L. Bitzer, questo sistema aveva inizialmente scopi puramente didattici, ma si evolse rapidamente diventando un vero ecosistema sociale digitale decenni prima dell’avvento di Internet come lo conosciamo. Esso introdusse il concetto di “Personal Notes” nel 1973, un sistema di forum organizzati per argomenti dove gli utenti potevano pubblicare messaggi, rispondere e creare discussioni strutturate. Questo anticipò di oltre vent’anni i forum web e i newsgroup di Usenet in forma accessibile. Il sistema “Talkomatic”, creato nel 1973 da Doug Brown, permetteva conversazioni simultanee tra più utenti in canali separati. Ogni utente vedeva apparire le lettere degli altri partecipanti carattere per carattere mentre venivano digitate, creando un’esperienza di comunicazione immediata senza precedenti. “Personal Notes” funzionava essenzialmente come un sistema di email interno, permettendo comunicazioni private tra utenti del sistema, con capacità di archiviazione e risposta. Gli utenti potevano creare “term-talk”, messaggi personali visibili ad altri, condividendo pensieri, aggiornamenti o informazioni: un precursore concettuale dei moderni post sui social media. Plato non era solo tecnologia: era una vera comunità. Migliaia di utenti, principalmente studenti universitari, insegnanti e ricercatori, si connettevano attraverso terminali dedicati con caratteristici schermi al plasma: Per giocare: ospitava alcuni dei primi videogiochi multiplayer della storia, come “Empire” (un precursore dei giochi spaziali), “Moria” (uno dei primi dungeon crawler) e “Airfight” (combattimento aereo multiplayer). Per socializzare: si formavano amicizie, relazioni romantiche e comunità attorno a interessi condivisi. Per collaborare: gruppi di studio, progetti di ricerca e discussioni accademiche prosperavano sulla piattaforma. Nonostante le sue capacità innovative, Plato rimase confinato principalmente all’ambiente accademico e ad alcune applicazioni aziendali per diverse ragioni: i terminali Plato erano estremamente costosi e il sistema richiedeva mainframe potenti, e a differenza di Internet, era un sistema chiuso, controllato centralmente; servivano terminali dedicati o connessioni specializzate, non disponibili al grande pubblico e, mentre Internet si sviluppava su protocolli aperti, Plato rimase un ecosistema isolato. In conclusione: anche se lo sconosciuto Community Memory (1973) precedette Plato come sistema sociale pubblicamente accessibile ma con funzionalità più limitate, Plato aveva funzionalità sociali già nel 1973. Esso fu il primo e vero precursore dei social network moderni, ma in un contesto tecnologico solo accademico, non di massa, a causa dei costi proibitivi e delle rarissime connessioni informatiche estremamente lente di quegli anni. Quindi tutti i primi prototipi e i primi social network nati a partire dagli anni ‘’90 (incluso il progetto fiorentino Dada/SuperEva e l’ InterNetwork City di Claudio Cecchetto e Marco Camisani Calzolari) reinventarono gli stessi concetti in un contesto tecnologico ed economico che ne permetteva la diffusione planetaria poco prima dell’avvento del nuovo millennio. Ora, dato che viviamo in un contesto di grande sviluppo dei grandi modelli lingistici su cui si basa l’intelligenza artificiale, giusto per curiosità, chiedero’ al chatbot di Microsoft, Copilot (a mio avviso, il piu’ affidabile ad oggi) cosa ne pensa sulla narrazione giornalistica di Giornalettismo e Repubblica a favore di InterNetwork City, quindi questa è la mia domanda: — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — “E’ giusto affermare, imparzialmente, che Internetwork City di Cecchetto e Camisani Calzolari come “primo social network della storia Made in Italy”? La risposta si evince dalle seguenti foto. Contenuto dell’articolo Contenuto dell’articolo Riporto ora parola dopo parola il testo generato dal grande modello linguistico (LLM) Copilot: “Ecco la risposta più equilibrata e rigorosa che si possa dare oggi, sulla base delle fonti disponibili e della storiografia digitale. È corretto definirlo “primo social network della storia Made in Italy”? 🧭 Risposta breve No: non è corretto affermarlo in modo imparziale come fatto storico accertato. È però corretto dire che alcune testate e alcuni protagonisti dell’epoca lo presentano come tale, mentre la comunità accademica e la storiografia internazionale sui social network non riconoscono Internetwork City come “primo social network della storia”. 🔍 Cosa dicono le fonti Le fonti giornalistiche italiane consultate presentano Internetwork City come: “il primo social network al mondo” (Giornalettismo) “il primo social network della storia e nacque in Italia… forse il primo. Chissà.” (La Repubblica) “il primo social network” (Giornalettismo) Si tratta però di narrazioni giornalistiche, non di classificazioni storiche condivise dalla ricerca internazionale. 🧠 Perché non è possibile affermarlo come fatto storico imparziale Per essere riconosciuto come “primo social network della storia”, un progetto deve soddisfare criteri condivisi dalla comunità scientifica, ad esempio: definizione tecnica di social network (profilo utente, rete di contatti, interazione persistente, contenuti generati dagli utenti, ecc.) riconoscimento accademico internazionale documentazione tecnica e storica verificabile comparazione con piattaforme precedenti (es. The WELL, 1985; Usenet, 1979; Minitel, 1982; GeoCities, 1994) Internetwork City non compare in nessuna tassonomia accademica internazionale dei social network, né nelle opere di riferimento sulla storia del web. Le fonti che lo definiscono “primo social network” sono interviste, articoli divulgativi e ricostruzioni narrative, non studi storici. 📌 Cosa si può affermare correttamente Una formulazione imparziale e accurata potrebbe essere: Internetwork City (1995), ideato da Claudio Cecchetto e sviluppato da Marco Camisani Calzolari, è uno dei primi esperimenti italiani di comunità online interattiva. Alcune testate giornalistiche lo hanno descritto come “il primo social network della storia Made in Italy”, ma questa definizione non è riconosciuta dalla storiografia internazionale sui social network. Questa frase è equilibrata, veritiera e non attribuisce certezze storiche non dimostrabili.” Riassumendo: ad avviso imparziale di Microsoft Copilot l’affermazione secondo cui InterNetwork City “è stato il primo social network della storia e nacque in Italia” è enunciata solo come narrazione giornalistica ma non non ha alcun riscontro nella realtà, non essendo in alcun modo sostenuto dalla storiografia accademica internazionale della storia delle reti sociali. — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — Ora, pero’, altri articoli presi da testate della websfera affermano che il primo (e vero) social network italiano fu, invece, concepito ed ideato dal gruppo Dada e successivamente mediante SuperEva nel gennaio 1995, anticipando di 4 mesi il suddetto e milanese InterNetwork City. Ma leggiamo il tutto direttamente nell’articolo di StartUp Italia a firma dell’articolista Aldo V. Pecora che riportero’ da questo link: https://startupitalia.eu/education/scuola/quando-prima-di-facebook-4-italiani-avevano-inventato-un-social-network-la-storia-di-dada-e-di-supereva/#:~:text=Alla%20base%20di%20questa%20visione,il%20valore%20aggiunto%20del%20sito. Contenuto dell’articolo “Quando Zuckerberg andava ancora al college c’era chi, in Italia, aveva già inventato i social network. Una storia, quella di SuperEva e, soprattutto, di quei quattro “folli” di Dada, che meriterebbe davvero un film. Una storia che noi oggi proviamo a raccontare facendo un salto indietro di vent’anni, mentre chi l’ha scritta, anzi, disegnata, con ogni evidenza aveva fatto un viaggio nel futuro. Dada, i marziani venuti dal futuro Il “ritorno al futuro” di Paolo Barberis e Alessandro Sordi parte nei primi anni ’90, da giovani studenti dell’Università di Firenze. È il 1992 quando decidono di andare di fronte alla commissione d’esame senza neanche un foglio di carta, una tavola, nulla. Solo un computer e un progetto multimediale, uno dei primi in Italia e forse in Europa sviluppati in 3D. «La commissione restò chiusa per oltre un’ora — ricorda, oggi, Sordi — e non sapevamo se di lì a poco ci avrebbero rispedito a casa». Invece fu un successo e l’inizio di un’avventura. Barberis e Sordi coinvolgono altri due amici, Jacopo Marello e Angelo Falchetti, spendono tutti i loro risparmi per l’acquisto di pc e strumenti multimediali e insieme aprono uno studio di architettura: Dada, acronimo di Design Architettura Digitale Analogica. Così Dada ha connesso Firenze a Internet Anno 1995. Si cambia. Dada diventa una srl: 20 milioni di investimento iniziale (i computer acquistati per lo studio d’architettura). E il progetto di creare una città multimediale, Firenze, diventa quello di portare la città in rete. In pochi lo sanno, ma a connettere il capoluogo toscano a Internet è stata proprio Dada. Non c’erano ancora l’Adsl e le connessioni cosiddette broadband. Che anni, quegli anni. Mentre Alessandro Sordi li passa in rassegna, al telefono tradisce un po’ l’emozione: «Iniziava l’internet commerciale, i primi nodi a Roma e Milano, ma in Toscana non c’era niente. Decidiamo di comprare il cavo e portiamo a Firenze la prima CDN». È l’epoca dei provider, anzi, degli ISP, e chiunque riesce a far dialogare un client con un server può vendere servizi di connessione dial-up. Sordi e soci coinvolgono family and friends. Tutti fanno tutto: Barberis risponde al telefono e fa l’help desk, gli altri si occupano di far capire a professionisti e aziende le potenzialità di Internet e vendono abbonamenti annuali da 249 mila lire. Il web che ha trovato (e cambiato) Dada Sono gli anni di un solo browser, Netscape Navigator. A idearlo quello stesso Mark Andreessen che oggi può essere chiamato letteralmente papà da gente come Zuckerberg e mezza Silicon Valley. È il web 0.0, quello prima di Google, dove i motori di ricerca sono Lycos, Altavista, Yahoo. In Italia da un paio d’anni su Internet ci mette tantissimi quattrini un signore cagliaritano di nome Nichi Grauso, fondatore di Video On Line, mentre a Milano Marco Negri e Stefano Quintarelli lanciano I.net e Joy Marino ITNet. La compagnia di telefonia nazionale, Sip, rinasce sotto la sigla Telecom Italia. Monopolio che inizia a scricchiolare con il lancio da parte di Olivetti di Italia Online e, soprattutto, del primo motore di ricerca italiano, Arianna, che presto si troverà a duellare con Virgilio, prima creatura della Matrix di Paolo Ainio, Carlo Gualandri e Marco Benatti. Dada ha capito prima di altri in che direzione sarebbe andato il web. «Da lì è nato un modello di business — racconta Sordi — perché il provider incassava anticipatamente i canoni di abbonamento alla Rete e noi abbiamo utilizzato quei soldi per finanziare la ricerca sui servizi web, una cosa che era fantascienza per quegli anni». “Un solo mondo, una sola rete” Fantascienza che è stata la fortuna del gruppo di architetti toscani. Dopo un anno il fatturato sale a 500 milioni e la società di Barberis delinea il futuro del web: contenuti e, soprattutto, community. Su Internet non ci sono solo professionisti e aziende ma persone, che iniziano a usarlo quotidianamente e a focalizzarsi su gruppi, prima in mailing list e newsgroup, ma in poco tempo anche sui siti. Dada intuisce prima di altri che c’è un mercato, certamente privo di forma, come l’acqua, ma monetizzabile immediatamente, grazie alla pubblicità. Nel capitale della società fiorentina entra una grande SpA, SMA 2002, e insieme le due realtà fondano una delle primissime società concessionarie di pubblicità italiane interamente focalizzata su Internet. 1997: inizia la fase 2 di Dada. Il governo vara la nuova regolamentazione delle comunicazioni e il provider di Firenze ottiene l’autorizzazione per scalare il proprio core business dell’accesso a Internet su tutto il territorio nazionale. Ricorda, sorridendo, Sordi. Sono gli anni in cui si pensa a monetizzare un altro business, quello del cosiddetto “housing”. Nel frattempo qualcuno è già con la testa nel futuro. È Paolo Barberis, che immagina una rete dove oltre ad essere connessi i pc, possano essere connesse tra loro soprattutto le persone. «Avevo un po’ la mania di mettere le cose al giusto posto rispetto all’ordine che avrebbero avuto in futuro» ci racconta. Un ordine che secondo Barberis passa dalla «metafora della scrivania». «Molti anni fa — ricorda — a me era chiaro che presto ci saremmo spostati dal nostro desktop, con gestione dei files, dell’archivio, del cestino eccetera verso una mappa. Quello che oggi chiamiamo “map as a service”. Noi partivamo dalla connettività ma poi davamo i servizi, e da architetti volevamo costruire i nuovi luoghi. Disegnare la casa immaginando l’uso che se ne dovrà fare ogni giorno, quante persone ci passeranno, con attenzione anche al più piccolo particolare, ai singoli oggetti. Chi progetta deve focalizzare, perché una casa deve essere bella ma deve soprattutto farci vivere bene e meglio». Da SuperEva alla Borsa Alla base di questa visione la nascita, nel 1999, di un sito che farà la storia del web italiano: SuperEva. Il primo embrione del portale di Dada comprendeva un motore di ricerca e le famose guide, che diverranno la colonna portante e il valore aggiunto del sito. Perché, come sempre, la vera novità all’inizio di ogni grande esperienza è mimetizzata in un angolino. Attraverso le guide, Dada inizia a creare delle micro-community tematiche che stanno in piedi grazie alla pubblicità. Da lì in poi Dada inizierà a macinare milioni su milioni. Di euro e non più di lire. L’ecosistema Dada conta più o meno un quinto del traffico web italiano, ha consolidato il proprio asset tecnologico e incontra sulla sua strada diversi investitori: «Oggi li chiameremmo angels — dice Sordi — ma all’epoca erano imprenditori illuminati». Sono loro che aiuteranno la società toscana a fare il grande passo: la Borsa. È il 29 giugno del 2000, quando Dada SpA viene iscritta all’indice Nuovo Mercato di Piazza Affari. Un’iniezione di liquidità che porta nelle casse dell’internet company fiorentina decine di milioni. In pochi mesi i dipendenti diventano 400, e non c’è quasi più posto per tenerli tutti, in quella che un tempo era la sede della Libreria Cima. Intanto Barberis & Co. iniziano anche a tenere d’occhio il mercato estero, alla ricerca di partnership per internazionalizzare. Sempre tenendo i piedi per terra. Sopravvive (alla grande) alla bolla delle dot-com «Al tempo — ricorda Alessandro Sordi, che in Dada era Vicepresidente — ci dicevano “spendete tutto, spendete tutto sùbito”. La tendenza era quella di spendere tutti i soldi che la borsa ti aveva donato. Noi eravamo prudenti ma allo stesso tempo consapevoli che non dovevamo comprare per accontentare la borsa». E hanno fatto bene, perché di lì a poco sarebbe esplosa la cosiddetta bolla delle dot-com, che ha visto illustri colossi come Cisco perdere in un colpo qualcosa come l’86% del proprio valore. Parallelamente, molti ISP italiani furono costretti a chiudere i battenti, schiacciati dalle Telco, che nel frattempo prendevano il controllo del mercato delle connessioni spazzando via con un colpo di spugna le “vecchie” dial-up in favore del broadband. Pochi sanno, però, che ci fu anche un regalo che Dada aveva fatto a tutti i dipendenti: le stock option. Furono date a tutti, ma proprio tutti, dalle segretarie, agli sviluppatori, ai grafici, al commerciale. Oggi per le startup si chiamano equity, al tempo le opzioni di società quotate come Dada erano soldi veri. Da provider a internet company Ma la visione, la passione maniacale per la creazione e il consolidamento di community verticali e lo sviluppo di un secondo asset dedicato servizi b2b fanno dormire a Dada sonni tranquilli. Ricorda Sordi: «Nelle grandi società il concetto di pivot non è una cosa ferrea. Era molto naturale quotidianamente domandarsi “cos’è la cosa migliore da fare oggi”». Perché è una grande startup dove succedono le cose, prima degli altri. E dove tu puoi farle succedere. Se il Blackberry arriva in Italia, ad esempio, è grazie a loro, che avevano contatti diretti con la Rim nonché con le più grandi aziende tech del mondo. Le startup ideate dai dipendenti Sperimentano, si divertono, e tanto. Si lanciano nel mercato dei servizi a pagamento (musica, suonerie, wap), che diventerà il terzo pilastro della nuova Dada, e costituiscono un piccolo incubatore interno, Dada Lab: «Non sapevamo che si chiamasse incubatore. Ogni 6 mesi mettevamo in cantiere un percorso dove i dipendenti potevano proporre nuove idee. Si facevano i pitch ma non si chiamavano pitch. Il migliore progetto decidevamo di portarlo avanti», racconta Sordi. Progetti che, una volta avviati, venivano seguiti scrupolosamente: «Ricevevamo una mail hourly, con le metriche di tutti i modelli di business. C’erano dei sistemi agganciati ai modelli che registravano ogni ora. Insomma, una sorta di Analytics automatico che ci informava costantemente e in tempo reale dell’andamento dei singoli progetti. Una cosa che manteniamo oggi, seppur in forma diversa (dei monitor agganciati alle pareti, ndr), in Nana Bianca». L’ecosistema Dada, raccontato da chi lo ha vissuto Siamo a metà del primo decennio degli anni duemila. A quel tempo Dada conosce l’epoca di massimo splendore. Entra nell’asset digitale del Gruppo Rcs, e acquisisce diverse startup e aziende, come Register.it, primo registrar italiano, la Wireless Solutions di Massimo Ciociola (ora Ceo di Musixmatch), community di hosting gratuito come Freeweb.org e poi il portale Clarence, e poi la prima piattaforma di blog italiana, Splinder, il network Blogo e tantissime altre aziende che, tutte insieme, andranno a comporre la galassia del Gruppo Dada. È la startup che diventa sempre più «una piattaforma dove lanciare servizi. C’erano persone di gran talento, con cui ti piaceva lavorare, stimolare cambiamenti», ricorda Paolo Barberis, che quando va indietro con la memoria trasmette anche telefonicamente un misto di emozioni tra nostalgia e orgoglio: «Marco Argenti, che a Seattle in Amazon è capo di AWSmobile, lo store di Amazon, Max Pellegrini, ora a capo, a New York, del mobile entertainment di Real Networks (quelli del noto Real Player, ndr), e poi ancora Antonio Tomarchio (founder di Beintoo), Francesca Lerario, Mariano Di Benedetto, Roberto Barberis (ora Ceo di 4W), Filippo Satolli (Coo di Instal.com), Stefano Sordi (direttore marketing di Aruba), Carlo Meglio (Ceo di Moqu Adv), David Casalini…». Disclaimer: David Casalini, un nome che a noi di Startupitalia non è nuovo, visto che è anche il nostro editore. A questo punto una telefonata con lui è d’obbligo. «Avevo 23 anni quando sono arrivato in Dada», ricorda Casalini. «Ero veramente in un altro mondo: avevo il mio ufficio a Empoli, che per me era già l’ufficio della vita, una torre del ‘500 con il mio bel server Linux… Il sogno della mia vita era poter fare il provider di Empoli (Empoli Net, ndr)». Poi, un giorno, arriva la telefonata di Angelo Falchetti. «In poco tempo mi trovai a gestire un team di 30 persone. Tutti talenti coi quali lavorare era uno spettacolo. Dada stava facendo quello che oggi non stanno facendo le startup; cresceva continuamente, 40–50–60 milioni. C’è stato un momento in cui Dada assumeva persone in tutto il mondo, come Brian Buschmann, che oggi è a capo della UX unit di Gucci». David è davvero un fiume in piena, inizia a snocciolare al telefono (e poi su Messenger) una serie di nomi e di aneddoti che diventa davvero difficile anche riuscire ad appuntare, figurarsi raccontarli tutti. Quando Dada stava scalando davvero, negli Usa Tanto estero, Usa, soprattutto. Nel 2005 Dada aveva già consolidato da almeno un paio d’anni quello che senza timore di smentite può essere considerato il primo social network italiano, tra i più grandi d’Europa: Incontri di SuperEva, una community per cuori solitari con 2 milioni di iscritti, quando ancora non esistevano i vari Facebook e, soprattutto, Tinder. Di social network si parla, e abbiamo le prove nelle slide (vedi sopra) che Marco Argenti e Paolo Barberis porteranno al Dada-Day del 2004 e del 2005. Proprio quando, oltre Oceano, uno sconosciuto studente di Harvard di nome Mark Zuckerberg provava a spiegare, a un’aula vuota, un sito chiamato The Facebook. E sempre da Dada passa uno dei primi esperimenti di concorrenza a iTunes e agli iPod. Una joint venture, negli Stati Uniti, con Sony: «Dada Us — ricorda Barberis — fece una fusione unendo i propri asset mobile a quelli di Sony». Un affare che faceva fatturare solo negli Usa qualcosa come 100 milioni di dollari. Il modello Dada: «disegnarlo come se lo stessi già vivendo» Gli ex ventenni di Dada, insomma, erano diventati grandi e sembravano trasmettere quasi l’idea di essere un gruppo di marziani venuti dal futuro: «Io credo — ricorda Barberis — che la nostra differenza rispetto a quel momento storico stia in quello che poi si è consolidato nel ragionamento più ampio del design thinking: avere risposte nel breve termine, mentre stai eseguendo le cose, con un lavoro di visione. Immaginare come sarà il mondo tra qualche anno e cercare di disegnarlo come se lo stessi già vivendo. Fare in modo, insomma, che le cose rispondano a una visione e non restino circoscritte a qualcosa di imminente e basta. Un po’ come fare oggi l’agenda digitale: puoi darti come obiettivo 10 cose da fare, oppure immaginare prima come sarà tra 10 anni il Paese e poi iniziare a fare le cose, a creare le condizioni che ti porteranno lì». Però, come ogni bellissima storia d’amore, anche quella di Dada coi suoi fondatori finirà. Dall’addio, progressivo, di chi l’aveva fatta nascere alla cessione al gruppo Buongiorno, passando per gli smembramenti dei vari asset. Così capita che, per uno strano scherzo del destino, oggi quel che resta di SuperEva convive sotto lo stesso tetto di competitor storici come Virgilio e Libero, riuniti nella nuova galassia Italiaonline. Ma questa è un’altra storia. Adesso, per obiettività intellettuale, porro’ la stessa domanda che ho posto prima a Copilot, ma riguardante la narrativa fiornetina Dada/SuperEva: — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — “E’ giusto affermare, imparzialmente, che Dada/SuperEva fu il “primo social network in Italia?” La risposta si evince dalle seguenti foto. Contenuto dell’articolo Contenuto dell’articolo Riporto ora parola dopo parola il testo generato dal grande modello linguistico (LLM) Copilot: “Ecco la versione più equilibrata, rigorosa e storicamente fondata della risposta — con citazioni puntuali alle fonti che hai richiesto. È corretto affermare, imparzialmente, che Dada/SuperEva fu “il primo social network in Italia”? 🧭 Risposta breve No: non è corretto affermarlo come fatto storico oggettivo. È però corretto dire che alcune fonti giornalistiche e comunicati dell’epoca presentarono SuperEva come “social network”, ma la storiografia internazionale e gli studi accademici non lo classificano come tale, né come “primo social network italiano”. 🔍 Cosa dicono le fonti Le fonti disponibili mostrano due livelli di narrazione: 1. Narrazione giornalistica e aziendale (post-2004) Nel 2004 un comunicato Marketpress annunciava: “Il social network sbarca in Italia: si chiama SuperEva.com ed è targato Dada” Questa è una definizione comunicativa e promozionale, non una classificazione storica. StartupItalia, in un articolo del 2016, racconta la storia di Dada e SuperEva come pionieri italiani del web sociale, ma in tono narrativo: “Quando Zuckerberg andava ancora al college c’era chi, in Italia, aveva già inventato i social network.” Anche qui: narrazione, non storiografia. 2. Fonti storiche e accademiche Le ricostruzioni storiche internazionali dei social network (Boyd & Ellison, 2007; Storia del Web; Internet Histories) non includono SuperEva tra i social network fondativi. Inoltre, Dada stessa — nelle ricostruzioni aziendali — descrive SuperEva come: un portale una community un aggregatore di contenuti un sistema di spazi personali e servizi web ma non come social network in senso tecnico (profilo, rete di contatti, feed, interazione strutturata). Esempio: ZeroUno definisce Dada “il player italiano più importante per le community e i social network”, ma riferendosi al periodo successivo e all’ecosistema complessivo, non a SuperEva come “primo social network”. 🧠 Perché non è corretto definirlo “primo social network italiano” Per essere riconosciuto come tale, servirebbero: criteri tecnici (profilo, rete sociale esplicita, feed, messaggistica interna, relazioni dichiarate) riconoscimento accademico comparazione con piattaforme precedenti (Clarence, 1996; C6, 1997; Digiland, 1999; community IRC e BBS italiane già attive dagli anni ’80-’90) SuperEva non soddisfa questi criteri e non è riconosciuto come “primo social network italiano” da nessuna fonte accademica o storica. 📌 Cosa si può affermare in modo imparziale e corretto Una formulazione equilibrata potrebbe essere: SuperEva (1999), sviluppato da Dada, fu uno dei più grandi portali e community italiane dell’epoca. Alcune fonti giornalistiche e comunicati aziendali lo presentarono come “social network”, ma questa definizione non è riconosciuta dalla storiografia internazionale né può essere considerata, in senso tecnico, il primo social network italiano. Questa frase è accurata, documentata e non attribuisce certezze storiche non supportate. — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — Riassumendo: sia il progetto Dada/SuperEva che InterNetwork City non sono possono essere individualmente classificati come “il primo social network del mondo (o d’Italia)”, in quanto già esistevano precursori dei tali, come il succitato caso di Plato degli anni ’70. Perdipiù, la storia internettiana ci conferma che Dada.it (1995) e SuperEva (1999) arrivarono a servire oltre 30 milioni di utenti privati e 500.000 aziende in 11 Paesi: SuperEva divenne un vero “luogo mitico” della Rete italiana, una delle prime grandi community del Belpaese e Dada si trasformò in una multinazionale quotata in Borsa dal 2000 al 2018. Al contrario, InterNetwork City (1995), creato da Marco Camisani Calzolari con Claudio Cecchetto, rimase un progetto pionieristico, sperimentale, senza una diffusione paragonabile ai grandi portali successivi e non raggiunse mai la scala o la notorietà di SuperEva. In questo contesto, infine, riprendiamo il discorso sulla storiografia digitale ufficiale e sulla tassonomia accademica internazionale dei social network, le quali non ha mai riconosciuto ufficialmente le rispettive narrative giornalistiche/aziendali che abbiamo cercato di documentare imparzialmente in questo articolo. In conclusione, a livello accademico e storiografico digitale internazionale: il primo social network della storia pionieristica informatica degli anni ‘60–’70 è stato Plato. 2. Il primo social network moderno è stato SixDegrees.com. 3. Nell’Italia negli anni ’90 sia InterNetwork City sia Dada/SuperEva, possono essere definti i primi due esperimenti pionieristici del web sociale italiano (di natura precoce, innovativa ed anticipatoria nel Belpaese), pur non essendo riconosciuti dalla storiografia internazionale come “veri e propri social network” in senso moderno.

Qual è il primo Social Network della Storia? In Italia: Dada o InterNetWork City?

Concordo sul comunicato tranne che sulla frase sulle intenzioni di fabiani. Per me non sono state nemmeno apprezzabili. Avanti Laziali 🩵🤍 https://t.co/CGOVthYLVP #Lazio #Calcio #SerieA

China derails consensus at the G20 finance ministers' summit, opposing the wording contained in the statement agreed upon by the United States and other countries that asked (translated)

Two hundred thousand people in the West Bank have stopped receiving food aid from the World Food Programme this month, which on September 1 announced it would halve the number of beneficiaries from 400,000 to 200,000 due to lack of funds, and the reason this time is written in https://t.co/7WGpRsFdPR (translated)

La guerra è finita. Non sul campo, dove ancora si muore, ma nella realtà dei rapporti di forza. La Russia l’ha vinta. L’esercito ucraino agonizza. A Washington lo hanno capito. In Europa no. O fingono di non capirlo, che è peggio. Il fatto più osceno non è Kiev che resiste a oltranza. Non è Washington che cerca un’uscita per mascherare la sconfitta. Il fatto più osceno è l’Europa. Una classe dirigente colta da una frenesia bellicista che non ha più obiettivo, non ha più industria, non ha più soldati, non ha più strategia. Solo slogan. Solo morale da commedia. Solo la pretesa di continuare una guerra che altri hanno già deciso di chiudere. Si parla di «minaccia esistenziale». Si parla di carri russi a Lisbona. Si parla come se la geografia fosse un optional e la demografia un dettaglio da salotto. Un paese di diciassette milioni di chilometri quadrati, con una popolazione in calo e uno Stato che fatica già a occupare il proprio territorio, non ha alcuna intenzione di invadere l’Europa. Non ha i mezzi. Non ha il desiderio. Non ha l’interesse. Chi racconta il contrario non fa analisi. Fa propaganda. Mosca raggiungerà i suoi obiettivi. Fino a Odessa. Poi si fermerà. Non per bontà. Per calcolo. Perché una potenza fragile dal punto di vista demografico non si lancia in un’avventura continentale. Perché il suo problema è la sicurezza del Mar Nero, non la conquista di Berlino. Perché chi ha pagato un tributo di sangue non spreca il resto in una fantasia da editoriale. Il resto è teatro. L’Europa fornisce armi e fatture. Non decide. Sogna di vincere una guerra che ha già perso al fianco di chi ora cerca di uscirne. Accusa di «capitolazione» chi guarda i numeri. Chiama «realismo» la propria cecità. Confonde la Nato con uno scudo, quando è prima di tutto un dispositivo di controllo. La questione è chi ha voluto questa guerra, chi l’ha condotta per procura, chi ha spezzato l’asse energetico europeo, e chi oggi pretende di continuare il massacro per non ammettere di aver sbagliato tutto. Quando la sconfitta sarà ufficiale, non basterà cambiare comunicato. Bisognerà spiegare perché un continente intero ha preferito l’isteria alla geografia, la predica al calcolo, e la guerra degli altri al proprio interesse. Fino ad allora, il coro continuerà. Più alto. Più vuoto. Più pericoloso. #Guerra #Europa #Realismo

Inter-Ausilio La trattativa tra le parti ha trovato uno stop di fronte al rifiuto del ds di accettare un rinnovo di una sola stagione, ritenendo la durata inadeguata alla costruzione di un progetto sportivo. Ieri il club ha comunicato ad Ausilio che il rapporto si interromperà Parti al lavoro per la risoluzione immediata del contratto. #calcio #calciomercato #inter

During the G20 Finance meeting in Asheville, the joint statement was blocked by China, with the remaining 19 countries stating that low-cost exports are no longer sustainable. (translated)

G20 Finanze, salta il comunicato congiunto: la Cina si sfila. I 19 Paesi: “Esportazioni a basso costo non più sostenibili”

🚨⚫️🔵 Negli scorsi giorni, poco prima della chiusura della finestra di calciomercato, Ausilio stesso ha comunicato all'Inter che non ci sono le condizioni per proseguire insieme @SkySport https://t.co/yYpdPC1H2g #Calciomercato #Inter #Sport

Piero Ausilio is heading towards goodbye to @Inter. With his contract expiring, the sporting director has informed the club that there are no conditions to continue together @SkySport (translated)

ANSA.it 1w

The G20 Finance meeting was divided, with members excluding China agreeing on free navigation in the Strait of Hormuz, while Beijing raised objections, resulting in the absence of a final joint statement. (translated)

Il G20 Finanze si spacca. Bessent accusa, 'solo la Cina contro'