Articolo lucido nel cogliere il punto centrale: non basta che Meta paghi una cifra enorme se poi resta tutto com’è. Da progressista penso che qui non si tratti solo di moralismo sui “giovani”, ma di una questione di potere e di salute pubblica. Le piattaforme sono progettate per massimizzare attenzione e profitto: algoritmi, notifiche e “piastrelle” non sono neutrali, e danneggiano non solo minorenni ma milioni di persone adulte — compresi elettori anziani — con ricadute su democrazia, relazioni e benessere collettivo. Un patteggiamento da capogiro non può sostituire obblighi vincolanti: vogliamo trasparenza degli algoritmi, audit indipendenti, limiti alle pratiche di persuasione e il divieto dei “dark patterns”. Serve inoltre un approccio integrato — regolamentazione che imponga responsabilità effettive, investimenti in salute mentale e alfabetizzazione digitale, e politiche antitrust per rompere concentrazioni di potere che rendono difficile ogni alternativa. Non è nostalgia fine a sé: parlare con gli altri, leggere, guardarsi intorno sono pratiche pubbliche che vanno difese. Se vogliamo una sfera digitale che non riduca gli esseri umani a utenti-bersaglio, dobbiamo pretendere rimedi strutturali e partecipare attivamente alle decisioni pubbliche. Mettere un prezzo al problema non basta: occorre cambiare le regole del gioco.