BETA nonprofit public democratic european moderated

Search

#diagnosi

A new DIY urine test can detect over 92% of bladder cancer cases, promising to reduce waiting lists and the need for invasive cystoscopies. (translated)

Tumore alla vescica, test delle urine "fai da te" ne individua 9 su 10: ecco come funziona

“Ricordo il nome di tutte le donne che si sono ammazzate insieme al figlio disabile, sono stata tutte loro. È inevitabile, è capitato di pensarlo a tutte noi madri caregiver”. Fondatrice e portavoce di Tetrabondi Ets, che da anni promuove progetti e iniziative per costruire un approccio diverso alla disabilità, Valentina Perniciaro è diventata caregiver con la nascita del suo secondo figlio Sirio: “Sono uscita dal buio quando ho imparato a vedere un bambino dietro l’immagine che diagnosi, parole e sguardi avevano costruito. Ma fondamentale è stata anche l’energia di tutte quelle donne che come me erano da mesi nel reparto di terapia intensiva neonatale”. E pensando alla tragedia accaduta a Roma, dove Luca Abbasciano e Valentina Pambianco hanno ucciso la figlia Bianca e poi si sono tolti la vita, Valentina Perniciaro dice: “Bianca anche nella sua complessità avrebbe avuto diritto di frequentare la materna. Avrebbe fatto bene a tutti: agli altri bambini, a lei, ai suoi genitori. Avrebbe voluto dire concedere alla madre non solo magari di lavorare, ma anche il contatto con se stessa e con il mondo. Oggi lei e i suoi genitori sono al cimitero. Ed è una responsabilità collettiva”. Su Repubblica l’intervista di Alessia Candito #rep #disabilità #caregiver #maternità

Di Battista: “Oggi mi sento meglio. Sono stati giorni difficili, ma sono ottimista e cerco sempre di vedere il positivo in tutto. Ringrazio i medici cubani che, come mi è stato confermato dai medici italiani, sono stati molto bravi e tempestivi nella diagnosi e nella scelta delle cure iniziali. Partirò da Cuba il 4 settembre con un’aeroambulanza, i cui costi verranno coperti dalla compagnia assicurativa con la quale ho stipulato una polizza prima della partenza” - #Ottimismo #Salute #CureMediche

Alessandro Di Battista, hospitalized since Saturday in Cuba due to severe headaches, is awaiting a diagnosis while doctors at Gemelli are assessing his condition, and in the meantime, his mother and two specialists have arrived to help him, while in Italy there are multiple controversies regarding his possible medical return. (translated)

Alessandro Di Battista, come sta? L'arrivo dei medici del Gemelli, l'attesa per la diagnosi e i rischi du un rientro in Italia. E lui posta su Instagram
ANSA.it 4d

The number of cancer cases among survivors of September 11 has increased by 1,680% in the last decade, with a dramatic rise in diagnoses of rare cancers, according to new statistics published in anticipation of the 25th anniversary of the attacks. (translated)

New York Post: 'I casi di cancro dell'11 settembre aumentati del 1.700% in 10 anni'
ANSA.it 4d

Parkinson's disease, the fastest growing neurodegenerative disease, affects about 300,000 Italians, and research is making significant progress towards early diagnosis and new therapies, including a promising blood test to detect damage to nerve cells. (translated)

Il Parkinson, la malattia neurodegenerativa in più rapida crescita

In queste ore penso ad Alessandro #DiBattista e, prima ancora di ogni considerazione politica, gli auguro sinceramente di rimettersi. Da quello che è stato riferito, tutto sarebbe iniziato con un fortissimo mal di testa, seguito da un grave malore e dalla perdita di conoscenza. Tra le ipotesi c’è quella di un ictus, anche se al momento non risulta una diagnosi definitiva resa pubblica. Non sono un neurologo e non mi permetto quindi di fare diagnosi. Ma proprio per questo credo sia importante ricordare una cosa molto semplice: di fronte ai sintomi di un possibile ictus, il tempo è fondamentale. Riconoscere rapidamente i segnali, chiamare immediatamente i soccorsi e arrivare il prima possibile in una struttura adeguata può cambiare radicalmente la prognosi. Un forte mal di testa improvviso, una perdita di coscienza, difficoltà nel parlare, alterazioni della forza o della sensibilità, problemi alla vista o all'equilibrio non sono sintomi da sottovalutare. E questa vicenda porta inevitabilmente anche a parlare di Cuba. Per decenni la sanità cubana ha rappresentato, nonostante le enormi difficoltà economiche, un caso di grande interesse internazionale: una forte rete di medicina territoriale, un numero elevato di medici, una tradizione importante nella prevenzione, nella formazione e nella ricerca biomedica. Oggi, però, quel sistema è sottoposto a una crisi profondissima. Mancano farmaci, materiali sanitari, anestetici, ossigeno e persino risorse energetiche essenziali. Le conseguenze sulla capacità degli ospedali di garantire cure tempestive e complesse sono ormai documentate. E sarebbe ipocrita ignorare una delle cause: l'embargo/sanzioni statunitensi hanno contribuito pesantemente a rendere fragile l'approvvigionamento cubano, anche attraverso le difficoltà di accesso a farmaci, tecnologie, componenti e finanziamenti internazionali. Questo non significa negare le responsabilità del governo cubano e delle sue scelte economiche e politiche: significa semplicemente riconoscere che la realtà è più complessa dello slogan "Cuba è povera perché il socialismo non funziona". La Cuba di oggi non è quella di qualche decennio fa. E sarebbe sbagliato raccontare la sanità cubana come se nulla fosse cambiato. Ma sarebbe altrettanto sbagliato cancellare ciò che Cuba ha saputo costruire. Pensiamo alle vaccinazioni pediatriche. Cuba ha sviluppato una propria capacità scientifica e produttiva nel campo dei vaccini e ha raggiunto livelli di copertura molto elevati. Durante la pandemia è arrivata persino a vaccinare i bambini a partire dai 2 anni con vaccini sviluppati sull'isola, diventando il primo Paese a farlo. Su prevenzione, vaccinazioni e organizzazione della sanità pubblica, Cuba ha insegnato qualcosa al mondo e può ancora insegnare qualcosa a molti Paesi, compresi gli Stati Uniti. Si può criticare il governo cubano senza negare i risultati storici della sanità cubana. Si può denunciare l'embargo americano senza trasformare Cuba in un modello perfetto. Si può difendere il diritto alla salute senza fare propaganda per nessuno. E soprattutto, in questo momento, si può parlare di tutto questo senza dimenticare la cosa più importante: Alessandro, forza. Speriamo davvero che tu possa tornare presto. #Cuba #Sanità #Salute

Aida Burkins, a 22-year-old from California, lived for months with alarming symptoms and misdiagnoses before discovering that she had nasopharyngeal carcinoma after a flight during which her ears had remained blocked. (translated)

“Le mie orecchie sono rimaste tappate anche dopo il volo. Il mio udito peggiorava, ero più stanca e perdevo peso. Poi la diagnosi choc”: la storia di Aida Burkins
H

When Therapy Replaces Morality: The Rise of the Therapy State By replacing religious frameworks with therapy speak, Western society may have lost its moral “grammar” and traded it for clinical language—though moral and psychological categories work differently. The DSM has expanded dramatically: in 1952 it listed 102 disorders; by 2013 it had over 400. Meanwhile, young adults report worsening mental health: poor mental-health days among 18–25-year-olds rose from 3.5 to 6 per month between 1993 and 2020, and depression diagnoses more than doubled from 2006 to 2020. Yet the most striking shift is self-diagnosis. About one in four American adults suspect they have ADHD, while actual prevalence is around 6%. Social media fills the gap: many popular ADHD and autism clips include misleading or unsupported claims. The label persists because it serves a function. A diagnosis increasingly becomes identity—and identity becomes a shield. When someone claims ADHD, anxiety, or trauma, they may be drawing a boundary others are not allowed to cross. Where moral language asks what we should become, therapeutic language labels what we are; once the label becomes identity, the conversation often ends. Religious language framed forces as external, preserving agency—you could resist. Therapeutic culture internalizes them: you don’t have weakness to overcome; you have ADHD. Jung argued that old gods and demons didn’t vanish; they became neuroses, anxieties, and addictions—turning questions of conscience and choice into labels to accept. The result isn’t greater freedom but greater control. If a civilization can’t say “wrong,” it doesn’t necessarily become more tolerant. Moral language permits disagreement and growth; therapeutic language can pathologize it and end discussion. The therapy state is the successor to moral authority—and it may be easier to enforce.

H

Compassion as a Weapon Western civilization is increasingly trapped in a culture of entitlement, where victimhood can become a route to status, privilege, and power. Some elite universities report unusually high disability registrations—e.g., 20%+ at Brown and Harvard and around 40% at Stanford—far above community colleges. Whatever the causes, it raises a troubling question: when systems meant to protect the truly vulnerable become incentives, what happens to everyone else? Rob Henderson describes how accommodations can turn into “status games.” Extra time, special housing, and exemptions can make diagnosis feel like the logical choice, and the lesson travels outward: tomorrow’s leaders in journalism, HR, law, academia, and politics may learn that displaying weakness is rewarded. Research links habitual victimhood displays with traits associated with the Dark Triad (narcissism, Machiavellianism, psychopathy). That doesn’t mean genuine victims are manipulative—it means rewarding victimhood gives manipulators an incentive to enter. In the “virtue game,” grievance becomes currency. Pity can also function as covert power: the weak person gains leverage, while the giver gains moral superiority. When compassion is treated like a currency, it can become a mutually reinforcing racket. The danger isn’t helping the weak. It’s teaching that appearing weak is the surest way to gain power.

H

The Victimhood Economy: Why Young People Prefer Socialism Western civilization is increasingly shaped by entitlement and a culture that rewards displays of victimhood. At elite universities, disability claims have risen: 18% of male and 22% of female undergraduates report a disability, and 54% of non-binary students, with higher rates at some wealthy schools than at community colleges. The issue isn’t genuine disability; it’s what happens when accommodations become status and advantage. Extra time, separate housing, and exemptions can turn diagnosis into leverage. When weakness is rewarded, some will learn to perform it. This matters because today’s students become tomorrow’s institutional elites. If grievance produces rewards, the lesson may spread into journalism, government, HR, academia, and business, letting beneficiaries inherit the power to expand the system. Research on victimhood signaling raises uncomfortable questions: people who habitually emphasize victim status, on average, show higher narcissism, Machiavellianism, and psychopathy—not to say genuinely suffering people are manipulative, but that systems rewarding victimhood create incentives for manipulators to exploit the category. Rob Henderson describes this as a status game: in elite institutions, grievance can become the currency of virtue signaling. For some, the rational strategy is to manufacture grievance and convert it into status. Nietzsche similarly argued that displays of helplessness can become covert power, while pity can create moral superiority for the caregiver. The danger isn’t compassion; it’s a culture that turns suffering into currency and teaches ambitious people that the easiest route to power is to claim they are powerless.

H

The Therapy State Western society has traded moral language for therapy-speak, losing moral grammar and replacing it with clinical categories that don’t work the same way. About 25% of American adults suspect they have ADHD, though prevalence is 6%; on TikTok, most top ADHD videos include unsupported claims. People misdiagnose themselves far more often than they correctly identify mental illness—and yet self-diagnosis persists because it serves a social function. Moral categories allow disagreement: you can argue about right and wrong, measure choices against standards, and debate what those standards require. Psychological categories pathologize disagreement: diagnosis becomes identity, and identity becomes a shield. When someone claims ADHD, anxiety, or trauma, they’re not just describing symptoms—they’re setting a boundary you’re not allowed to question. The shift from “what we should aim for” to “what we are” ends the conversation. Jung saw this displacement mechanism: modern gods and demons don’t vanish; they become neuroses, anxieties, addictions, and therapeutic labels. The question of conscience and choice becomes a fixed identity that must be accepted. Unlike religious frameworks that locate forces outside you and invite struggle, therapy culture internalizes the forces—so the label replaces agency. You don’t resist weakness; you *are* it. And because boundaries can’t be crossed, change becomes harder. When a civilization loses the ability to say “wrong,” it doesn’t become more tolerant—it becomes more rigid. The therapy state replaces moral authority, with disastrous results.

Amber Uhler, Miss Michigan and the oldest competitor in Miss USA at 41 years old, transformed her life after a concerning medical diagnosis, losing over 77 pounds and demonstrating that the competition today represents sisterhood and genuine connections beyond physical appearance. (translated)

“Il medico mi disse che non avrei visto crescere i miei figli. A 41 anni e -77 chili dopo, ora punto alla corona di Miss USA”: la storia di Miss Michigan Amber Uhler

15 mesi dalla diagnosi del cancro inguaribile. E sono ancora qui. Grazie Signore Gesù. https://t.co/2XG8qcv1Ij #cancro #forza #speranza

Giù le mani dalla scienza. I cazzari dell’informazione e della politica possono giocare con tutto tranne che con la salute. Le #malattieinfettive non hanno un colore della pelle, un passaporto o un orientamento politico. Tubercolosi, difterite, scabbia, morbillo e molte altre infezioni non sono “malattie dei migranti. Sono malattie che esistono da sempre e che hanno riguardato e riguardano anche la popolazione italiana. I dati sulla tubercolosi sono molto chiari: l’Italia è oggi un Paese a bassa endemia, ma nel 2024 sono stati notificati 3.150 casi, pari a 5,3 casi ogni 100.000 abitanti. Il tasso era 9,2 per 100.000 nel 1995. La tubercolosi non una “malattia dei migranti”. Esistono differenze di rischio legate a condizioni sociali, sanitarie e ambientali: povertà, sovraffollamento, difficoltà di accesso alle cure, diagnosi tardive e condizioni di vita precarie possono favorire la trasmissione. E soprattutto: la tubercolosi non guarda il colore della pelle. Si trasmette principalmente per via aerea, soprattutto in caso di contatti prolungati in ambienti chiusi, affollati e poco ventilati. Lo stesso vale per il morbillo. Nel 2025 in Italia sono stati segnalati 529 casi, e l'87,6% dei casi per i quali lo stato vaccinale era noto risultava non vaccinato. Nel 2024 erano stati 1.045. Il morbillo continua quindi a circolare in Italia e il principale strumento di prevenzione è la vaccinazione. La risposta seria alle malattie infettive non è dividere le persone tra “noi” e “loro”. È prevenire, vaccinare, diagnosticare tempestivamente, curare, fare sorveglianza epidemiologica e garantire accesso alle cure. Le malattie infettive vanno combattute tutti insieme, senza divisioni politiche e senza trasformare la salute pubblica in uno strumento di propaganda. Il razzismo sanitario è una delle peggiori forme di politica sanitaria: perché sostituisce la prevenzione con il pregiudizio e la scienza con la paura. La vera sanità pubblica non chiede da dove vieni. Si chiede come impedire che una malattia si trasmetta, come proteggere le persone più vulnerabili e come garantire a tutti gli strumenti per stare bene. Per questo servono più vaccini, più prevenzione e soprattutto più alfabetizzazione sanitaria: cittadini informati sono cittadini più capaci di proteggere sé stessi e gli altri. Contro le malattie infettive: meno stigma, più scienza. Meno divisioni, più salute pubblica. #SalutePubblica #Vaccinazione #MalattieInfettive

Massimiliano Ossini revealed that his wife faced cancer during her pregnancy, and they decided to share their story only years later, after seeing a pregnant girl in tears due to a cancer diagnosis. (translated)

“Mia moglie ha avuto un tumore mentre era incinta, l’abbiamo raccontato anni dopo perché durante un controllo abbiamo visto una ragazza in dolce attesa in lacrime. Aveva ricevuto la diagnosi del cancro”: così Massimiliano Ossini

"Se stai camminando e senti un rumore di zoccoli dietro di te, non aspettarti una zebra: pensa prima a un cavallo." Questo è uno dei principi più noti della medicina, attribuito al medico T. Woodward: prima bisogna pensare alle diagnosi più probabili e poi a quelle più rare. https://t.co/1zcVbOKiuh #medicina #diagnosi #salute

Mario Draghi is a serious man and an Italian federalist. His report offered a strong diagnosis of Europe’s economic decline. But some elements of his prescription could prove fatal: they would accelerate the construction of a European superstate. Such a superstate is not in the #MarioDraghi #EuropeanSuperstate #EconDecline #IT #EU

The infected family members, except for the unfortunate little one who was misdiagnosed, are all vaccinated and contagious (in fact, they have to stay in isolation). So this vaccine actually does not protect against infection and thus does not immunize! So, what is it based on? (translated)

Piccola lezione per i no vax Visto che lo ripetete tutti in massa: se era vaccinato, perché si è ammalato? Perché il vaccino non è un muro. Non è uno scudo magico che tiene virus e batteri fuori dal vostro corpo. Essere vaccinati non vuol dire che un virus o un batterio non possa mai entrarvi. Vuol dire che il sistema immunitario è già pronto a riconoscerlo e a combatterlo. A seconda del vaccino, può impedire l’infezione, impedire la malattia oppure renderla molto meno grave. In alcuni casi la malattia si sviluppa lo stesso, anche in forma seria, perché la difesa immunitaria non basta. Succede molto meno spesso nei vaccinati. Ed è proprio per questo che quei casi finiscono sui giornali: sono l’eccezione, non la regola. Non tutti i vaccini funzionano nello stesso modo. Quello contro il morbillo, con due dosi, protegge molto bene dalla malattia. Quello contro la difterite fa una cosa diversa: prepara gli anticorpi a neutralizzare la tossina prodotta dal batterio. Il batterio può anche arrivare, ma trova un organismo pronto a difendersi. Molti vaccini riducono anche la possibilità di infettarsi e di passare l’infezione agli altri. Non la azzerano quasi mai. La riducono. Ed è qui che entra quella cosa che chiamate immunità di massa senza sapere cosa vuol dire. È la cosiddetta immunità di gregge. Non significa che siamo tutti vaccinati per legge. Significa che quando abbastanza persone sono protette, un virus o un batterio fa molta più fatica a passare da una persona all’altra. La malattia diventa rara e in certi casi può smettere di circolare in un intero Paese. Se poi torna da fuori e trova abbastanza persone non protette, ricomincia a circolare. Poi ci sono gli effetti avversi. Esistono, nessuno lo nega. Esistono anche per la Tachipirina che ingoiate al primo mal di testa. Esistono per l’aspirina, che può rovinarvi lo stomaco. Esistono per gli antibiotici, che vi fate dare al primo raffreddore convinti che servano, quando il raffreddore è causato da virus e l’antibiotico non li tocca nemmeno. Quelli li prendete senza pensarci un secondo. Nessuno di voi si sveglia la mattina terrorizzato dalla Tachipirina. Il punto è il confronto. Il rischio di un effetto avverso serio da vaccino è piccolissimo. Il rischio della malattia vera è molto più grande. Non è una questione di opinioni. Sono numeri. E c’è un’altra cosa che non considerate. La cura non è un interruttore, acceso o spento. Non è che ti ammali, ti curi e sei a posto. A volte la diagnosi arriva tardi. A volte la cura non funziona. A volte la malattia lascia danni che restano per sempre, anche quando ne esci vivo. Il vaccino agisce prima. La cura arriva dopo, quando i danni possono essere già cominciati e non sempre si torna indietro. La faccio breve, perché siete no vax e fate fatica a leggere: un vaccino non deve costruire una barriera magica intorno al vostro corpo per funzionare. Deve preparare il sistema immunitario prima che arrivi la malattia. Può impedirvi di ammalarvi, rendere molto più difficile la circolazione dell’infezione o, se vi ammalate lo stesso, evitare che la malattia diventi grave. Facile, semplice, lineare. Direi a prova di no vax, se non mi fossi scontrato con qualcuno di voi particolarmente idiota. #Vaccini #ImmunitàDiGregge #SalutePubblica