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‼️ Regolamento/Orari della vendita/Unpredictable Fun Tickets. 𝐃𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐨𝐫𝐞 𝟎𝟗:𝟎𝟎 - 𝟏𝟓:𝟎𝟎 ➡️ PRESALE AMEX: Esclusiva per titolari di carte American Express su Ticketmaster. 𝐃𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟔:𝟎𝟎: VENDITA GENERALE: Aperta a tutti su Ticketmaster, TicketOne e Vivaticket. Come funziona la Presale 𝐀𝐌𝐄𝐗: • È un'esclusiva assoluta di Ticketmaster. La coda virtuale si farà direttamente sul loro sito, all'interno della pagina ufficiale dedicata a Harry. • Al momento del checkout, dovrai inserire i dati completi ed eseguire il pagamento tassativamente con la carta. 🎟️ 𝐈 𝐏𝐑𝐄𝐙𝐙𝐈 𝐃𝐄𝐈 𝐁𝐈𝐆𝐋𝐈𝐄𝐓𝐓𝐈 Harry ha scelto di eliminare sia i prezzi dinamici sia tutti i tradizionali pacchetti VIP. I prezzi stimati "all-in" (già comprensivi di tasse e commissioni) sono quelli che vedete sulla mappa. I prezzi sono fissi e "calmierati" per evitare i salassi degli scorsi tour. L'unica distinzione sarà puramente di posizionamento sul prato in base al biglietto. 𝐂𝐎𝐌𝐄 𝐅𝐔𝐍𝐙𝐈𝐎𝐍𝐀𝐍𝐎 𝐈 𝐏𝐎𝐒𝐓𝐈: Non ci sono tribune o posti a sedere numerati; l'intera area è a posto unico in piedi (divisa in transenne). Al momento dell'acquisto si sceglie il settore sulla mappa (es. Pit, Front o Rear). 🎟️ Cosa sono gli 𝐔𝐧𝐩𝐫𝐞𝐝𝐢𝐜𝐭𝐚𝐛𝐥𝐞 𝐅𝐮𝐧 𝐓𝐢𝐜𝐤𝐞𝐭𝐬? Sono un lotto limitato di biglietti speciali venduti alla cifra simbolica di 20€ (tasse incluse) per le date europee. 𝐒𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨: La particolarità sta nel nome: il settore assegnato è totalmente "imprevedibile". Chi li acquista scoprirà dove andrà a sedersi o a posizionarsi nel Circo Massimo solo a ridosso dell'evento o direttamente ai cancelli. Potrebbe capitarti il settore Rear (più lontano), così come potresti ritrovarti a sorpresa nel Pit sottopalco con un biglietto pagato pochissimo. 𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚? Live Nation e HSHQ hanno specificato nei comunicati che i biglietti da 20€ “inizieranno a essere rilasciati progressivamente per gli show del 2027”. Questo significa che la vendita avverrà molto più avanti e con canali dedicati separati rispetto alla convulsa vendita dei biglietti standard. 𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐦𝐚𝐢? Se inserissero i biglietti da 20€ il 14 settembre, i server crollerebbero all'istante a causa di milioni di persone aggiuntive in coda. Inoltre, questi biglietti speciali servono proprio come "ultima spiaggia" per i fan rimasti a secco durante la vendita generale. Quindi non bisogna approfittarne a caso. 𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐟𝐚𝐫𝐞𝐦𝐨 𝐚 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐮𝐬𝐜𝐢𝐫𝐚𝐧𝐧𝐨? Non c'è ancora una data esatta, ma verranno rilasciati progressivamente tra la fine del 2026 e l'inizio del 2027, molto dopo la fine delle vendite generali di settembre. 𝐂𝐎𝐒𝐀 𝐅𝐀𝐑𝐄: 1️⃣ Iscriviti alla newsletter di Harry: Vai sul sito https://t.co/14SBfnZgka e registrati alla mailing list ufficiale. Chi è iscritto riceve la notifica via mail in anteprima assoluta. 2️⃣ Attiva le notifiche a @HSHQ: Segui il profilo ufficiale del management di Harry su Instagram e attiva la campanellina per le storie e i post. 3️⃣ Controlla Ticketmaster: Attiva le newsletter del sito di Ticketmaster Italia dedicate agli alert di Harry. Tranquilli: Non usciranno a sorpresa durante la notte. Ci sarà una comunicazione ufficiale e noi saremo i primi a pubblicarvi il link non appena verrà annunciato. Questo è tutto quello che c'è da sapere per ora! Continueremo a monitorare la situazione e vi aggiorneremo tempestivamente qui in pagina per ogni minimo cambiamento. 🫡 #HarryStyles #Biglietti #Ticketmaster

The leader of the PP, Alberto Núñez Feijóo, has imposed a unique communication command on the regional presidents of his party following the controversial statements by Isabel Díaz Ayuso about breaking relations with Morocco and her criticism of the Government regarding the situation in Ceuta. (translated)

Feijóo impone a sus barones un "mando único comunicativo" tras pedir Ayuso "romper relaciones con Marruecos"
oli🎡 1w

Situazione comunicativa in Ferrari non all’altezza. Un tuo pilota fa un incidente serio: non esce mezzo comunicato. i giornali conseguentemente si spaccano: per qualcuno CL sta bene per altri hanno chiamato Giovinazzi e il team comunque è in silenzio stampa OTTIMO #Ferrari #Formula1 #Sport

Qual è il primo Social Network della Storia? In Italia: Dada o InterNetWork City? SOURCE: https://www.linkedin.com/pulse/qual-%C3%A8-il-primo-social-network-della-storia-italia-o-sardella-ph-d--tfl3f Quando si parla di primati tecnologici, la precisione storica è fondamentale. Soprattutto quando troppe narrazioni dal web rischiano di generare confusione. Contenuto dell’articolo Abstract: L’articolo analizza criticamente le narrazioni contemporanee sull’origine dei social network, distinguendo tra ricostruzioni giornalistiche e storiografia accademica. Viene chiarito che piattaforme come Internetwork City e Dada/SuperEva, pur innovative, non possono essere definite “primi social network italiani” secondo i criteri riconosciuti dalla ricerca internazionale. Il testo ricostruisce la genealogia dei media sociali dalle prime comunità digitali (Usenet, BBS) fino ai moderni social network, evidenziando il ruolo anticipatore di sistemi come Plato. Infine, mostra come alcune testate italiane abbiano attribuito primati non supportati dalle fonti storiche, sottolineando la necessità di un approccio rigoroso e documentato. Keywords: storiografia digitale, proto‑social italiani, internetwork city, Dada/SuperEva, origini dei social network — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — Negli ultimi anni sono circolate diverse narrazioni sull’origine dei social network, alcune delle quali attribuiscono primati a progetti che, per quanto innovativi, non corrispondono alla cronologia effettivamente documentata. Per ricostruire con precisione la storia dei social network mondiali, è necessario partire dalle fonti accademiche e dalle testimonianze verificabili, escludendo ricostruzioni retrospettive prive di riscontro storico. Ma prima di tutto, diamo una definizione enciclopedica britannica: i social media costituiscono una forma di comunicazione su piattaforme online attraverso cui gli utenti condividono informazioni, idee, messaggi personali e altri contenuti testuali e audiovideo. Tutto cio’ non va confuso con il social networking, ovvero le modalità mediante cui gli internauti costruiscono le comunità virtuali tra di loro condividendo i loro contenuti testuali e audiovideo; invece i media sociali riguarda le piattaforme basate sul web che ti permettono di costruire un pubblico amicale, familiare e professionale. Le prime forme di media sociali apparvero quasi non appena la tecnologia poté supportarle: i programmi di posta elettronica e chat debuttarono all’inizio degli anni ’70, ma le prime comunità virtuali non emersero. Non emersero fino alla creazione della rete di gruppi di discussione Usenet nel 1979: esse permettevano agli utenti di pubblicare e ricevere messaggi all’interno di aree tematiche chiamate newsgroup. Usenet e altri forum di discussione, come i Bulletin Board System (BBS) ospitati privatamente, permettevano agli individui di interagire, ma ciascuno era essenzialmente un sistema chiuso. Con il rilascio nel 1993 del navigatore web Mosaic, quei sistemi furono dotati di un’interfaccia grafica facile da usare. Inoltre, l’architettura del World Wide Web rese possibile navigare da un sito all’altro con un click, e connessioni Internet più veloci permisero contenuti multimediali più ricchi rispetto a quelli che si potevano trovare nei newsgroup ricchi di testo. Il primo Social Network mondiale moderno: SixDegrees.com Contenuto dell’articolo Come cita la prestigiosa Encyclopaedia Britannica, le prime aziende conosciute a livello mondiale che crearono le moderne reti sociali (o social network) basate su tecnologia web furono Classmates.com e SixDegrees.com. Tra questi due, invero, la comunità accademica e gli storici dei media digitali concordano nell’identificare in SixDegrees.com la prima vera rete sociale moderna: essa introdusse per prima le caratteristiche fondamentali che avrebbero definito il settore: profili personali, liste di amici e un sistema di messaggistica privata integrato. Infatti Classmates.com, fondata prima nel 1995, utilizzò un’aggressiva campagna pubblicitaria con pop-up per attirare i navigatori web sul suo sito basandosi sulla connessione tra gli studenti delle classi delle scuole superiori e/o università, i rami delle forze armate e i luoghi di lavoro. SixDegrees.com fu lanciato dopo di esso, nel 1997, ma con la maggior parte delle funzionalità che avrebbero caratterizzato tali reti sociali: gli iscritti potevano creare profili per se stessi, mantenere liste di amici e contattarsi reciprocamente attraverso il sistema di messaggistica privata del sito. Dopo aver affermato di aver attratto più di tre milioni di utenti verso l’anno 2000, non riuscì a tradurre quei numeri di successo in ricavi poiché successivamente crollò insieme a numerose altre aziende internettiane quando la bolla DotCom scoppiò nei primi anni 2000. Il primo Social Network italiano: Quale? Contenuto dell’articolo Negli ultimi anni sul web è emersa la diffusa narrazione secondo cui il primo social network italiano sarebbe stato Internetwork City, progetto nato nel maggio 1995 dall’intuizione di Claudio Cecchetto con la guida tecnica del programmatore Perl e Java, Marco Camisani Calzolari. Altri fonti della websfera (l’insieme di tutti i siti web mondialmnete raggiungibili) narrano del gruppo Dada/SuperEva quale prima rete sociale italiana. Per il primo caso, fu sicuramente per l’epoca una storia di innovazione radiofonica e digitale Made in Italy: in questa intervista a Giornalettismo del 29 giugno del 2022 rilasciata a Gianmichele Laino (https://www.giornalettismo.com/marco-camisani-calzolari-internetwork-city/) si definisce Internetwork City come “primo social network della storia Made in Italy”. Contenuto dell’articolo E leggendo, poi, l’intervistato Marco Camisani Calzolari, docente universitario a contratto e divulgatore radiotelevisivo di tematiche digitali, afferma: “Nel maggio del 1995, in un sottoscala in Via Melzi D’Eeril stava nascendo un’idea davvero rivoluzionaria. Dietro c’era l’intuizione di Claudio Cecchetto e la guida di Marco Camisani Calzolari: Internetwork City è il primo social network al mondo, uno spazio all’interno del quale gli utenti riuscivano a interagire, in un’epoca in cui la rete era un luogo dove le possibilità di interscambio erano ancora una eventualità futuristica.” E mentre nel pioneristico sottoscala di Via Melzi D’Eeril nel maggio 1995 stava nascendo Internetwork City, forse all’insaputa dei suoi inventori, nel gennaio 1995, ben 4 mesi prima, era già nato DADA (Design Architettura Digitale Analogico), un altro social network tutto italiano, fondato da quattro giovani architetti fiorentini (Paolo Barberis, Alessandro Sordi, Jacopo Marello e Angelo Falchetti), come si legge su portale ZeroUnoWeb. I 4 amici fiorentini trasformarono il loro studio di architettura in una società in cui Barberis e Sordi trascinarono gli altri altri due imprenditori, spendendo tutti i loro risparmi per l’acquisto di calcolatori e strumenti multimediali. Non si trattava semplicemente di creare l’ennesimo portale web ma un vero ecosistema digitale che anticipava molte funzioni delle reti sociali contemporanee: profili, community, interazione e contenuti condivisi. Questa narrazione di DADA, pero’, viene “nuovamente smentita” se leggiamo l’articolo giornalistico di Repubblica del 27 maggio 2021 portante la firma del giornalista Riccardo Luna, intitolato “A Milano Claudio Cecchetto (e Marco Camisani Calzolari) lanciano un social network,” leggibile cliccando il seguente link: https://www.repubblica.it/tecnologia/2021/05/27/news/a_milano_claudio_cecchetto_e_marco_camisani_calzolari_lanciano_un_social_network-302961639/ Contenuto dell’articolo Il sottotitolo (o sommario) riecheggia:“E’ stato il primo social network della storia e nacque in Italia. E nel 1995 il web era praticamente appena nato”, oltre a “Nel maggio del 1995 nacque il primo social network della storia e nacque in Italia. Forse il primo. Chissà. Ma se si pensa che Facebook è del 2004, Second Life e MySpace del 2003, si capisce benissimo l’enormità di quello che ho appena scritto. Nel 1995 il web era praticamente appena nato”. Ma qui stranamente non capisce bene il discorso: se nel sottotitolo si afferma con decisione “è stato il primo social network della storia”, perché poi si legge:“Forse il primo. Chissà” Mi sembra un controsenso, sinceramente. Ma lasciamo l’arduo compito decisionale ai lettori imparziali. Quindi, proseguiamo con il resto dell’articolo: “Nel frattempo in Italia qualcuno costruisce un social network. Chi? Claudio Cecchetto. Sì lui, l’autore del Gioca Jouer, l’inventore di Radio Deejay e di un altro modo di fare radio. E’ stato anche un pioniere di Internet. Nel maggio del 1995 lancia un social network chiamato Internetwork City, la città del network di Internet. Lo aveva costruito, una riga di codice dopo l’altra, un giovane programmatore che, grazie a questa storia, sarebbe diventato brillante divulgatore di digitale (da tempo è uno dei volti di Striscia la Notizia): Marco Camisani Calzolari. Quando ripensa a quei tempi MCC si entusiasma: “Era un social network a tutti gli effetti. Un luogo dove ci si poteva iscrivere, avere un profilo e parlare con gli altri. Era uno dei primi della storia del web, e lo aveva inventato Claudio Cecchetto. Lo aveva pensato navigando con il Videotel, ma poi era arrivato il world wide web. Io ai tempi lavoravo come programmatore per una azienda di moda: avevo imparato a farlo scaricandomi le istruzioni per scrivere codice in Perl e in Java dalle BBS che stavano in rete”. Contenuto dell’articolo Da qui si evince che l’idea del progetto fu sostenuto dalla personalità mediatica di Claudio Cecchetto econcreatizzato dal programmatore Marco Camisani Calzolari: i due pionieri del web italiano hanno (anche in questo articolo giornalistico) confermato come InterNetwork City fosse, secondo la loro opinione, la prima rete sociale del mondo realizzata proprio nel Belpaese. Ma sarà oggettivamente ed obiettivamente veriteireo secondo la storiografia storica della storia di Internet? Per saperlo, dobbiamo analizzare le fonti storiografiche accademiche: esse ci riportano alla sorprendente storia computeriale di un grande (e semisconosciuto) precursore dei social network presente già a partire dagli anni ’60 e ’70: Plato. Plato: il Precursore di tutti i Social Network del Mondo Contenuto dell’articolo Plato (Programmed Logic for Automatic Teaching Operations) rappresenta uno dei casi più affascinanti di tecnologia anticipatrice nella storia dell’informatica: sviluppato presso l’Università dell’Illinois di Urbana-Champaign a partire dal 1960 da Donald L. Bitzer, questo sistema aveva inizialmente scopi puramente didattici, ma si evolse rapidamente diventando un vero ecosistema sociale digitale decenni prima dell’avvento di Internet come lo conosciamo. Esso introdusse il concetto di “Personal Notes” nel 1973, un sistema di forum organizzati per argomenti dove gli utenti potevano pubblicare messaggi, rispondere e creare discussioni strutturate. Questo anticipò di oltre vent’anni i forum web e i newsgroup di Usenet in forma accessibile. Il sistema “Talkomatic”, creato nel 1973 da Doug Brown, permetteva conversazioni simultanee tra più utenti in canali separati. Ogni utente vedeva apparire le lettere degli altri partecipanti carattere per carattere mentre venivano digitate, creando un’esperienza di comunicazione immediata senza precedenti. “Personal Notes” funzionava essenzialmente come un sistema di email interno, permettendo comunicazioni private tra utenti del sistema, con capacità di archiviazione e risposta. Gli utenti potevano creare “term-talk”, messaggi personali visibili ad altri, condividendo pensieri, aggiornamenti o informazioni: un precursore concettuale dei moderni post sui social media. Plato non era solo tecnologia: era una vera comunità. Migliaia di utenti, principalmente studenti universitari, insegnanti e ricercatori, si connettevano attraverso terminali dedicati con caratteristici schermi al plasma: Per giocare: ospitava alcuni dei primi videogiochi multiplayer della storia, come “Empire” (un precursore dei giochi spaziali), “Moria” (uno dei primi dungeon crawler) e “Airfight” (combattimento aereo multiplayer). Per socializzare: si formavano amicizie, relazioni romantiche e comunità attorno a interessi condivisi. Per collaborare: gruppi di studio, progetti di ricerca e discussioni accademiche prosperavano sulla piattaforma. Nonostante le sue capacità innovative, Plato rimase confinato principalmente all’ambiente accademico e ad alcune applicazioni aziendali per diverse ragioni: i terminali Plato erano estremamente costosi e il sistema richiedeva mainframe potenti, e a differenza di Internet, era un sistema chiuso, controllato centralmente; servivano terminali dedicati o connessioni specializzate, non disponibili al grande pubblico e, mentre Internet si sviluppava su protocolli aperti, Plato rimase un ecosistema isolato. In conclusione: anche se lo sconosciuto Community Memory (1973) precedette Plato come sistema sociale pubblicamente accessibile ma con funzionalità più limitate, Plato aveva funzionalità sociali già nel 1973. Esso fu il primo e vero precursore dei social network moderni, ma in un contesto tecnologico solo accademico, non di massa, a causa dei costi proibitivi e delle rarissime connessioni informatiche estremamente lente di quegli anni. Quindi tutti i primi prototipi e i primi social network nati a partire dagli anni ‘’90 (incluso il progetto fiorentino Dada/SuperEva e l’ InterNetwork City di Claudio Cecchetto e Marco Camisani Calzolari) reinventarono gli stessi concetti in un contesto tecnologico ed economico che ne permetteva la diffusione planetaria poco prima dell’avvento del nuovo millennio. Ora, dato che viviamo in un contesto di grande sviluppo dei grandi modelli lingistici su cui si basa l’intelligenza artificiale, giusto per curiosità, chiedero’ al chatbot di Microsoft, Copilot (a mio avviso, il piu’ affidabile ad oggi) cosa ne pensa sulla narrazione giornalistica di Giornalettismo e Repubblica a favore di InterNetwork City, quindi questa è la mia domanda: — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — “E’ giusto affermare, imparzialmente, che Internetwork City di Cecchetto e Camisani Calzolari come “primo social network della storia Made in Italy”? La risposta si evince dalle seguenti foto. Contenuto dell’articolo Contenuto dell’articolo Riporto ora parola dopo parola il testo generato dal grande modello linguistico (LLM) Copilot: “Ecco la risposta più equilibrata e rigorosa che si possa dare oggi, sulla base delle fonti disponibili e della storiografia digitale. È corretto definirlo “primo social network della storia Made in Italy”? 🧭 Risposta breve No: non è corretto affermarlo in modo imparziale come fatto storico accertato. È però corretto dire che alcune testate e alcuni protagonisti dell’epoca lo presentano come tale, mentre la comunità accademica e la storiografia internazionale sui social network non riconoscono Internetwork City come “primo social network della storia”. 🔍 Cosa dicono le fonti Le fonti giornalistiche italiane consultate presentano Internetwork City come: “il primo social network al mondo” (Giornalettismo) “il primo social network della storia e nacque in Italia… forse il primo. Chissà.” (La Repubblica) “il primo social network” (Giornalettismo) Si tratta però di narrazioni giornalistiche, non di classificazioni storiche condivise dalla ricerca internazionale. 🧠 Perché non è possibile affermarlo come fatto storico imparziale Per essere riconosciuto come “primo social network della storia”, un progetto deve soddisfare criteri condivisi dalla comunità scientifica, ad esempio: definizione tecnica di social network (profilo utente, rete di contatti, interazione persistente, contenuti generati dagli utenti, ecc.) riconoscimento accademico internazionale documentazione tecnica e storica verificabile comparazione con piattaforme precedenti (es. The WELL, 1985; Usenet, 1979; Minitel, 1982; GeoCities, 1994) Internetwork City non compare in nessuna tassonomia accademica internazionale dei social network, né nelle opere di riferimento sulla storia del web. Le fonti che lo definiscono “primo social network” sono interviste, articoli divulgativi e ricostruzioni narrative, non studi storici. 📌 Cosa si può affermare correttamente Una formulazione imparziale e accurata potrebbe essere: Internetwork City (1995), ideato da Claudio Cecchetto e sviluppato da Marco Camisani Calzolari, è uno dei primi esperimenti italiani di comunità online interattiva. Alcune testate giornalistiche lo hanno descritto come “il primo social network della storia Made in Italy”, ma questa definizione non è riconosciuta dalla storiografia internazionale sui social network. Questa frase è equilibrata, veritiera e non attribuisce certezze storiche non dimostrabili.” Riassumendo: ad avviso imparziale di Microsoft Copilot l’affermazione secondo cui InterNetwork City “è stato il primo social network della storia e nacque in Italia” è enunciata solo come narrazione giornalistica ma non non ha alcun riscontro nella realtà, non essendo in alcun modo sostenuto dalla storiografia accademica internazionale della storia delle reti sociali. — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — Ora, pero’, altri articoli presi da testate della websfera affermano che il primo (e vero) social network italiano fu, invece, concepito ed ideato dal gruppo Dada e successivamente mediante SuperEva nel gennaio 1995, anticipando di 4 mesi il suddetto e milanese InterNetwork City. Ma leggiamo il tutto direttamente nell’articolo di StartUp Italia a firma dell’articolista Aldo V. Pecora che riportero’ da questo link: https://startupitalia.eu/education/scuola/quando-prima-di-facebook-4-italiani-avevano-inventato-un-social-network-la-storia-di-dada-e-di-supereva/#:~:text=Alla%20base%20di%20questa%20visione,il%20valore%20aggiunto%20del%20sito. Contenuto dell’articolo “Quando Zuckerberg andava ancora al college c’era chi, in Italia, aveva già inventato i social network. Una storia, quella di SuperEva e, soprattutto, di quei quattro “folli” di Dada, che meriterebbe davvero un film. Una storia che noi oggi proviamo a raccontare facendo un salto indietro di vent’anni, mentre chi l’ha scritta, anzi, disegnata, con ogni evidenza aveva fatto un viaggio nel futuro. Dada, i marziani venuti dal futuro Il “ritorno al futuro” di Paolo Barberis e Alessandro Sordi parte nei primi anni ’90, da giovani studenti dell’Università di Firenze. È il 1992 quando decidono di andare di fronte alla commissione d’esame senza neanche un foglio di carta, una tavola, nulla. Solo un computer e un progetto multimediale, uno dei primi in Italia e forse in Europa sviluppati in 3D. «La commissione restò chiusa per oltre un’ora — ricorda, oggi, Sordi — e non sapevamo se di lì a poco ci avrebbero rispedito a casa». Invece fu un successo e l’inizio di un’avventura. Barberis e Sordi coinvolgono altri due amici, Jacopo Marello e Angelo Falchetti, spendono tutti i loro risparmi per l’acquisto di pc e strumenti multimediali e insieme aprono uno studio di architettura: Dada, acronimo di Design Architettura Digitale Analogica. Così Dada ha connesso Firenze a Internet Anno 1995. Si cambia. Dada diventa una srl: 20 milioni di investimento iniziale (i computer acquistati per lo studio d’architettura). E il progetto di creare una città multimediale, Firenze, diventa quello di portare la città in rete. In pochi lo sanno, ma a connettere il capoluogo toscano a Internet è stata proprio Dada. Non c’erano ancora l’Adsl e le connessioni cosiddette broadband. Che anni, quegli anni. Mentre Alessandro Sordi li passa in rassegna, al telefono tradisce un po’ l’emozione: «Iniziava l’internet commerciale, i primi nodi a Roma e Milano, ma in Toscana non c’era niente. Decidiamo di comprare il cavo e portiamo a Firenze la prima CDN». È l’epoca dei provider, anzi, degli ISP, e chiunque riesce a far dialogare un client con un server può vendere servizi di connessione dial-up. Sordi e soci coinvolgono family and friends. Tutti fanno tutto: Barberis risponde al telefono e fa l’help desk, gli altri si occupano di far capire a professionisti e aziende le potenzialità di Internet e vendono abbonamenti annuali da 249 mila lire. Il web che ha trovato (e cambiato) Dada Sono gli anni di un solo browser, Netscape Navigator. A idearlo quello stesso Mark Andreessen che oggi può essere chiamato letteralmente papà da gente come Zuckerberg e mezza Silicon Valley. È il web 0.0, quello prima di Google, dove i motori di ricerca sono Lycos, Altavista, Yahoo. In Italia da un paio d’anni su Internet ci mette tantissimi quattrini un signore cagliaritano di nome Nichi Grauso, fondatore di Video On Line, mentre a Milano Marco Negri e Stefano Quintarelli lanciano I.net e Joy Marino ITNet. La compagnia di telefonia nazionale, Sip, rinasce sotto la sigla Telecom Italia. Monopolio che inizia a scricchiolare con il lancio da parte di Olivetti di Italia Online e, soprattutto, del primo motore di ricerca italiano, Arianna, che presto si troverà a duellare con Virgilio, prima creatura della Matrix di Paolo Ainio, Carlo Gualandri e Marco Benatti. Dada ha capito prima di altri in che direzione sarebbe andato il web. «Da lì è nato un modello di business — racconta Sordi — perché il provider incassava anticipatamente i canoni di abbonamento alla Rete e noi abbiamo utilizzato quei soldi per finanziare la ricerca sui servizi web, una cosa che era fantascienza per quegli anni». “Un solo mondo, una sola rete” Fantascienza che è stata la fortuna del gruppo di architetti toscani. Dopo un anno il fatturato sale a 500 milioni e la società di Barberis delinea il futuro del web: contenuti e, soprattutto, community. Su Internet non ci sono solo professionisti e aziende ma persone, che iniziano a usarlo quotidianamente e a focalizzarsi su gruppi, prima in mailing list e newsgroup, ma in poco tempo anche sui siti. Dada intuisce prima di altri che c’è un mercato, certamente privo di forma, come l’acqua, ma monetizzabile immediatamente, grazie alla pubblicità. Nel capitale della società fiorentina entra una grande SpA, SMA 2002, e insieme le due realtà fondano una delle primissime società concessionarie di pubblicità italiane interamente focalizzata su Internet. 1997: inizia la fase 2 di Dada. Il governo vara la nuova regolamentazione delle comunicazioni e il provider di Firenze ottiene l’autorizzazione per scalare il proprio core business dell’accesso a Internet su tutto il territorio nazionale. Ricorda, sorridendo, Sordi. Sono gli anni in cui si pensa a monetizzare un altro business, quello del cosiddetto “housing”. Nel frattempo qualcuno è già con la testa nel futuro. È Paolo Barberis, che immagina una rete dove oltre ad essere connessi i pc, possano essere connesse tra loro soprattutto le persone. «Avevo un po’ la mania di mettere le cose al giusto posto rispetto all’ordine che avrebbero avuto in futuro» ci racconta. Un ordine che secondo Barberis passa dalla «metafora della scrivania». «Molti anni fa — ricorda — a me era chiaro che presto ci saremmo spostati dal nostro desktop, con gestione dei files, dell’archivio, del cestino eccetera verso una mappa. Quello che oggi chiamiamo “map as a service”. Noi partivamo dalla connettività ma poi davamo i servizi, e da architetti volevamo costruire i nuovi luoghi. Disegnare la casa immaginando l’uso che se ne dovrà fare ogni giorno, quante persone ci passeranno, con attenzione anche al più piccolo particolare, ai singoli oggetti. Chi progetta deve focalizzare, perché una casa deve essere bella ma deve soprattutto farci vivere bene e meglio». Da SuperEva alla Borsa Alla base di questa visione la nascita, nel 1999, di un sito che farà la storia del web italiano: SuperEva. Il primo embrione del portale di Dada comprendeva un motore di ricerca e le famose guide, che diverranno la colonna portante e il valore aggiunto del sito. Perché, come sempre, la vera novità all’inizio di ogni grande esperienza è mimetizzata in un angolino. Attraverso le guide, Dada inizia a creare delle micro-community tematiche che stanno in piedi grazie alla pubblicità. Da lì in poi Dada inizierà a macinare milioni su milioni. Di euro e non più di lire. L’ecosistema Dada conta più o meno un quinto del traffico web italiano, ha consolidato il proprio asset tecnologico e incontra sulla sua strada diversi investitori: «Oggi li chiameremmo angels — dice Sordi — ma all’epoca erano imprenditori illuminati». Sono loro che aiuteranno la società toscana a fare il grande passo: la Borsa. È il 29 giugno del 2000, quando Dada SpA viene iscritta all’indice Nuovo Mercato di Piazza Affari. Un’iniezione di liquidità che porta nelle casse dell’internet company fiorentina decine di milioni. In pochi mesi i dipendenti diventano 400, e non c’è quasi più posto per tenerli tutti, in quella che un tempo era la sede della Libreria Cima. Intanto Barberis & Co. iniziano anche a tenere d’occhio il mercato estero, alla ricerca di partnership per internazionalizzare. Sempre tenendo i piedi per terra. Sopravvive (alla grande) alla bolla delle dot-com «Al tempo — ricorda Alessandro Sordi, che in Dada era Vicepresidente — ci dicevano “spendete tutto, spendete tutto sùbito”. La tendenza era quella di spendere tutti i soldi che la borsa ti aveva donato. Noi eravamo prudenti ma allo stesso tempo consapevoli che non dovevamo comprare per accontentare la borsa». E hanno fatto bene, perché di lì a poco sarebbe esplosa la cosiddetta bolla delle dot-com, che ha visto illustri colossi come Cisco perdere in un colpo qualcosa come l’86% del proprio valore. Parallelamente, molti ISP italiani furono costretti a chiudere i battenti, schiacciati dalle Telco, che nel frattempo prendevano il controllo del mercato delle connessioni spazzando via con un colpo di spugna le “vecchie” dial-up in favore del broadband. Pochi sanno, però, che ci fu anche un regalo che Dada aveva fatto a tutti i dipendenti: le stock option. Furono date a tutti, ma proprio tutti, dalle segretarie, agli sviluppatori, ai grafici, al commerciale. Oggi per le startup si chiamano equity, al tempo le opzioni di società quotate come Dada erano soldi veri. Da provider a internet company Ma la visione, la passione maniacale per la creazione e il consolidamento di community verticali e lo sviluppo di un secondo asset dedicato servizi b2b fanno dormire a Dada sonni tranquilli. Ricorda Sordi: «Nelle grandi società il concetto di pivot non è una cosa ferrea. Era molto naturale quotidianamente domandarsi “cos’è la cosa migliore da fare oggi”». Perché è una grande startup dove succedono le cose, prima degli altri. E dove tu puoi farle succedere. Se il Blackberry arriva in Italia, ad esempio, è grazie a loro, che avevano contatti diretti con la Rim nonché con le più grandi aziende tech del mondo. Le startup ideate dai dipendenti Sperimentano, si divertono, e tanto. Si lanciano nel mercato dei servizi a pagamento (musica, suonerie, wap), che diventerà il terzo pilastro della nuova Dada, e costituiscono un piccolo incubatore interno, Dada Lab: «Non sapevamo che si chiamasse incubatore. Ogni 6 mesi mettevamo in cantiere un percorso dove i dipendenti potevano proporre nuove idee. Si facevano i pitch ma non si chiamavano pitch. Il migliore progetto decidevamo di portarlo avanti», racconta Sordi. Progetti che, una volta avviati, venivano seguiti scrupolosamente: «Ricevevamo una mail hourly, con le metriche di tutti i modelli di business. C’erano dei sistemi agganciati ai modelli che registravano ogni ora. Insomma, una sorta di Analytics automatico che ci informava costantemente e in tempo reale dell’andamento dei singoli progetti. Una cosa che manteniamo oggi, seppur in forma diversa (dei monitor agganciati alle pareti, ndr), in Nana Bianca». L’ecosistema Dada, raccontato da chi lo ha vissuto Siamo a metà del primo decennio degli anni duemila. A quel tempo Dada conosce l’epoca di massimo splendore. Entra nell’asset digitale del Gruppo Rcs, e acquisisce diverse startup e aziende, come Register.it, primo registrar italiano, la Wireless Solutions di Massimo Ciociola (ora Ceo di Musixmatch), community di hosting gratuito come Freeweb.org e poi il portale Clarence, e poi la prima piattaforma di blog italiana, Splinder, il network Blogo e tantissime altre aziende che, tutte insieme, andranno a comporre la galassia del Gruppo Dada. È la startup che diventa sempre più «una piattaforma dove lanciare servizi. C’erano persone di gran talento, con cui ti piaceva lavorare, stimolare cambiamenti», ricorda Paolo Barberis, che quando va indietro con la memoria trasmette anche telefonicamente un misto di emozioni tra nostalgia e orgoglio: «Marco Argenti, che a Seattle in Amazon è capo di AWSmobile, lo store di Amazon, Max Pellegrini, ora a capo, a New York, del mobile entertainment di Real Networks (quelli del noto Real Player, ndr), e poi ancora Antonio Tomarchio (founder di Beintoo), Francesca Lerario, Mariano Di Benedetto, Roberto Barberis (ora Ceo di 4W), Filippo Satolli (Coo di Instal.com), Stefano Sordi (direttore marketing di Aruba), Carlo Meglio (Ceo di Moqu Adv), David Casalini…». Disclaimer: David Casalini, un nome che a noi di Startupitalia non è nuovo, visto che è anche il nostro editore. A questo punto una telefonata con lui è d’obbligo. «Avevo 23 anni quando sono arrivato in Dada», ricorda Casalini. «Ero veramente in un altro mondo: avevo il mio ufficio a Empoli, che per me era già l’ufficio della vita, una torre del ‘500 con il mio bel server Linux… Il sogno della mia vita era poter fare il provider di Empoli (Empoli Net, ndr)». Poi, un giorno, arriva la telefonata di Angelo Falchetti. «In poco tempo mi trovai a gestire un team di 30 persone. Tutti talenti coi quali lavorare era uno spettacolo. Dada stava facendo quello che oggi non stanno facendo le startup; cresceva continuamente, 40–50–60 milioni. C’è stato un momento in cui Dada assumeva persone in tutto il mondo, come Brian Buschmann, che oggi è a capo della UX unit di Gucci». David è davvero un fiume in piena, inizia a snocciolare al telefono (e poi su Messenger) una serie di nomi e di aneddoti che diventa davvero difficile anche riuscire ad appuntare, figurarsi raccontarli tutti. Quando Dada stava scalando davvero, negli Usa Tanto estero, Usa, soprattutto. Nel 2005 Dada aveva già consolidato da almeno un paio d’anni quello che senza timore di smentite può essere considerato il primo social network italiano, tra i più grandi d’Europa: Incontri di SuperEva, una community per cuori solitari con 2 milioni di iscritti, quando ancora non esistevano i vari Facebook e, soprattutto, Tinder. Di social network si parla, e abbiamo le prove nelle slide (vedi sopra) che Marco Argenti e Paolo Barberis porteranno al Dada-Day del 2004 e del 2005. Proprio quando, oltre Oceano, uno sconosciuto studente di Harvard di nome Mark Zuckerberg provava a spiegare, a un’aula vuota, un sito chiamato The Facebook. E sempre da Dada passa uno dei primi esperimenti di concorrenza a iTunes e agli iPod. Una joint venture, negli Stati Uniti, con Sony: «Dada Us — ricorda Barberis — fece una fusione unendo i propri asset mobile a quelli di Sony». Un affare che faceva fatturare solo negli Usa qualcosa come 100 milioni di dollari. Il modello Dada: «disegnarlo come se lo stessi già vivendo» Gli ex ventenni di Dada, insomma, erano diventati grandi e sembravano trasmettere quasi l’idea di essere un gruppo di marziani venuti dal futuro: «Io credo — ricorda Barberis — che la nostra differenza rispetto a quel momento storico stia in quello che poi si è consolidato nel ragionamento più ampio del design thinking: avere risposte nel breve termine, mentre stai eseguendo le cose, con un lavoro di visione. Immaginare come sarà il mondo tra qualche anno e cercare di disegnarlo come se lo stessi già vivendo. Fare in modo, insomma, che le cose rispondano a una visione e non restino circoscritte a qualcosa di imminente e basta. Un po’ come fare oggi l’agenda digitale: puoi darti come obiettivo 10 cose da fare, oppure immaginare prima come sarà tra 10 anni il Paese e poi iniziare a fare le cose, a creare le condizioni che ti porteranno lì». Però, come ogni bellissima storia d’amore, anche quella di Dada coi suoi fondatori finirà. Dall’addio, progressivo, di chi l’aveva fatta nascere alla cessione al gruppo Buongiorno, passando per gli smembramenti dei vari asset. Così capita che, per uno strano scherzo del destino, oggi quel che resta di SuperEva convive sotto lo stesso tetto di competitor storici come Virgilio e Libero, riuniti nella nuova galassia Italiaonline. Ma questa è un’altra storia. Adesso, per obiettività intellettuale, porro’ la stessa domanda che ho posto prima a Copilot, ma riguardante la narrativa fiornetina Dada/SuperEva: — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — “E’ giusto affermare, imparzialmente, che Dada/SuperEva fu il “primo social network in Italia?” La risposta si evince dalle seguenti foto. Contenuto dell’articolo Contenuto dell’articolo Riporto ora parola dopo parola il testo generato dal grande modello linguistico (LLM) Copilot: “Ecco la versione più equilibrata, rigorosa e storicamente fondata della risposta — con citazioni puntuali alle fonti che hai richiesto. È corretto affermare, imparzialmente, che Dada/SuperEva fu “il primo social network in Italia”? 🧭 Risposta breve No: non è corretto affermarlo come fatto storico oggettivo. È però corretto dire che alcune fonti giornalistiche e comunicati dell’epoca presentarono SuperEva come “social network”, ma la storiografia internazionale e gli studi accademici non lo classificano come tale, né come “primo social network italiano”. 🔍 Cosa dicono le fonti Le fonti disponibili mostrano due livelli di narrazione: 1. Narrazione giornalistica e aziendale (post-2004) Nel 2004 un comunicato Marketpress annunciava: “Il social network sbarca in Italia: si chiama SuperEva.com ed è targato Dada” Questa è una definizione comunicativa e promozionale, non una classificazione storica. StartupItalia, in un articolo del 2016, racconta la storia di Dada e SuperEva come pionieri italiani del web sociale, ma in tono narrativo: “Quando Zuckerberg andava ancora al college c’era chi, in Italia, aveva già inventato i social network.” Anche qui: narrazione, non storiografia. 2. Fonti storiche e accademiche Le ricostruzioni storiche internazionali dei social network (Boyd & Ellison, 2007; Storia del Web; Internet Histories) non includono SuperEva tra i social network fondativi. Inoltre, Dada stessa — nelle ricostruzioni aziendali — descrive SuperEva come: un portale una community un aggregatore di contenuti un sistema di spazi personali e servizi web ma non come social network in senso tecnico (profilo, rete di contatti, feed, interazione strutturata). Esempio: ZeroUno definisce Dada “il player italiano più importante per le community e i social network”, ma riferendosi al periodo successivo e all’ecosistema complessivo, non a SuperEva come “primo social network”. 🧠 Perché non è corretto definirlo “primo social network italiano” Per essere riconosciuto come tale, servirebbero: criteri tecnici (profilo, rete sociale esplicita, feed, messaggistica interna, relazioni dichiarate) riconoscimento accademico comparazione con piattaforme precedenti (Clarence, 1996; C6, 1997; Digiland, 1999; community IRC e BBS italiane già attive dagli anni ’80-’90) SuperEva non soddisfa questi criteri e non è riconosciuto come “primo social network italiano” da nessuna fonte accademica o storica. 📌 Cosa si può affermare in modo imparziale e corretto Una formulazione equilibrata potrebbe essere: SuperEva (1999), sviluppato da Dada, fu uno dei più grandi portali e community italiane dell’epoca. Alcune fonti giornalistiche e comunicati aziendali lo presentarono come “social network”, ma questa definizione non è riconosciuta dalla storiografia internazionale né può essere considerata, in senso tecnico, il primo social network italiano. Questa frase è accurata, documentata e non attribuisce certezze storiche non supportate. — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — Riassumendo: sia il progetto Dada/SuperEva che InterNetwork City non sono possono essere individualmente classificati come “il primo social network del mondo (o d’Italia)”, in quanto già esistevano precursori dei tali, come il succitato caso di Plato degli anni ’70. Perdipiù, la storia internettiana ci conferma che Dada.it (1995) e SuperEva (1999) arrivarono a servire oltre 30 milioni di utenti privati e 500.000 aziende in 11 Paesi: SuperEva divenne un vero “luogo mitico” della Rete italiana, una delle prime grandi community del Belpaese e Dada si trasformò in una multinazionale quotata in Borsa dal 2000 al 2018. Al contrario, InterNetwork City (1995), creato da Marco Camisani Calzolari con Claudio Cecchetto, rimase un progetto pionieristico, sperimentale, senza una diffusione paragonabile ai grandi portali successivi e non raggiunse mai la scala o la notorietà di SuperEva. In questo contesto, infine, riprendiamo il discorso sulla storiografia digitale ufficiale e sulla tassonomia accademica internazionale dei social network, le quali non ha mai riconosciuto ufficialmente le rispettive narrative giornalistiche/aziendali che abbiamo cercato di documentare imparzialmente in questo articolo. In conclusione, a livello accademico e storiografico digitale internazionale: il primo social network della storia pionieristica informatica degli anni ‘60–’70 è stato Plato. 2. Il primo social network moderno è stato SixDegrees.com. 3. Nell’Italia negli anni ’90 sia InterNetwork City sia Dada/SuperEva, possono essere definti i primi due esperimenti pionieristici del web sociale italiano (di natura precoce, innovativa ed anticipatoria nel Belpaese), pur non essendo riconosciuti dalla storiografia internazionale come “veri e propri social network” in senso moderno.

Qual è il primo Social Network della Storia? In Italia: Dada o InterNetWork City?

Fofana fa le visite col Lione, firma tutti i documenti, aspettano di annunciare ma salta perché l’altro Fofana (Malick) non va via entro le 20 quando chiudeva il mercato francese, quindi non avevano posto in lista (è andato via dopo le 23). Dopo questa storia, il Siviglia fa un’offerta e prendere Youssouf. Non penso sia difficile capire che here we go significa accordo tra tutte le parti. Se poi non si passano visite o succedono cose del genere, io non posso controllarlo. Se volete le certezze assolute, ci sono i comunicati. Vai sul sito, refreshi tutti i giorni e hai fatto. Se invece si vuole il racconto di una trattativa, c’è (anche) questo. È un here we go che rifarei 100 volte, visto che stavano per annunciare. E se avessero annunciato senza here we go, sarebbe diventato: “Non lo sapevi!”. Invece era fatta ed è saltata. Tutto qui. Che poi peraltro non è qualcosa che dico solo io, basta leggere Fabrice Hawkins che è il più bravo in Francia e racconta lo stesso, documenti firmati col Lione inclusi. O vedo qualcuno che commenta con Boniface: un giocatore arriva a Milano, fa le visite e pensi non sia “here we go”? 😅 credimi, di errori ne faccio tanti ogni giorno ma non sono questi casi qui. Basta usare la testa per capirlo. 🤗 un abbraccio! #Calcio #Calciomercato #Fofana

Parola fine sulla trattativa #Leweling-#ASRoma: continui cambi di scenario nel primo pomeriggio, ma l’affare non si farà. Tutto ok per #ElAynaoui e #Vaz, attesi soltanto i comunicati @tempoweb #Calciomercato #ASRoma #Calcio

È bastato leggere 38 invece di 45 (omettendo i bonus che non vengono mai indicati nei comunicati ufficiali) per mandare al manicomio una tifoseria. Tipo Reijnders a 50, poi magicamente diventati 72. Giuro mai vista una tifoseria del genere, ripigliatevi. #calcio #tifoseria #Reijnders

“Ci sono stati comunicati tramite le agenzie i nomi dei due colleghi, Presutti e Piervincenzi, che secondo noi non rappresentano i valori e la storia di Report. Sono nomi comunicati dall’alto. Noi non ci stiamo, perché non pensiamo che il nostro lavoro sia tutelato in questo modo. Se le cose restano così, noi andiamo via”

Report, Innocenzi: “I nuovi conduttori? Scelta calata dall’alto e gradita alla maggioranza”. E attacca i giornali di Angelucci
www.ilfattoquotidiano.it

M'è tornato l'hype di seguire le conferenze stampa. Quanto contenuto calcistico potenzialmente a livello comunicativo. Non pensavo un Amorim così scaltro nell'aver già compreso pure tutte quelle sfumature del contesto italiano nel mood. Ha già compreso dov'è. Very smart https://t.co/5GQm3Cmp8j #Calcio #ConferenzeStampa #Sport

Un pensiero molto personale. Non so come andrà a finire, se Amorim funzionerà o meno; invece, so per certo che sarà sempre interessante ascoltarlo. Da un punto di vista strettamente comunicativo, la differenza di qualità di contenuti con Allegri (e con tanti altri allenatori italiani), la trovo davvero troppo evidente. #Calcio #Allenatori #Sport

The HMS Tyne of the Royal Navy has been sighted in the waters off the Isle of Wight, highlighting the increase in naval tension between Great Britain and Russia, with no details of its mission communicated. (translated)

Navi russe, petroliere fantasma e spari: Londra invia la Royal Navy, alta tensione nella Manica

🔥🇷🇺 𝗟’𝗜𝗡𝗗𝗜𝗚𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗦𝗘𝗟𝗘𝗧𝗧𝗜𝗩𝗔. 𝗦𝗘 𝗙𝗢𝗦𝗦𝗘 𝗦𝗧𝗔𝗧𝗔 𝗨𝗖𝗥𝗔𝗜𝗡𝗔? Ha 𝟭𝟴 𝗮𝗻𝗻𝗶. Padre italiano. Madre russa. È in vacanza a Castiglioncello, nel Livornese. Una serata normale, una chiacchierata con alcuni ragazzi, poi scopre che uno di loro è ucraino. Lei gli dice che sua madre è russa. E all’inizio succede la cosa più normale del mondo: 𝗱𝗲𝗰𝗶𝗱𝗼𝗻𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗴𝗹𝗶 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮. Possono stare insieme. Possono parlare. Possono divertirsi. Come dovrebbe essere. Poi, però, secondo il racconto della ragazza, tutto cambia. Arriva l’insulto: 𝗖«𝗦𝗘𝗜 𝗨𝗡𝗔 𝗥𝗨𝗦𝗦𝗔 𝗗𝗜 𝗠𝗘𝗥*𝗔.»C Lei prende l’amica per mano e cerca di andarsene. E a quel punto una ragazza del gruppo le sferrerebbe 𝘂𝗻 𝗽𝘂𝗴𝗻𝗼 𝗶𝗻 𝗽𝗶𝗲𝗻𝗼 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗼. Sangue dal naso. Dolore. Paura. Carabinieri. Testimoni. E adesso permettetemi di essere profondamente, ferocemente indignato. Perché qui non stiamo parlando di Putin. Non stiamo parlando del Cremlino. Non stiamo parlando della guerra. 𝗦𝗧𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗣𝗔𝗥𝗟𝗔𝗡𝗗𝗢 𝗗𝗜 𝗨𝗡𝗔 𝗥𝗔𝗚𝗔𝗭𝗭𝗔 𝗗𝗜 𝟭𝟴 𝗔𝗡𝗡𝗜. Una ragazza che sarebbe stata insultata per le proprie origini e poi colpita in faccia. E allora la domanda è inevitabile: 𝗦𝗘 𝗔𝗩𝗘𝗦𝗦𝗘𝗥𝗢 𝗨𝗥𝗟𝗔𝗧𝗢 “𝗨𝗖𝗥𝗔𝗜𝗡𝗔 𝗗𝗜 𝗠𝗘𝗥*𝗔” 𝗣𝗥𝗜𝗠𝗔 𝗗𝗜 𝗧𝗜𝗥𝗔𝗥𝗟𝗘 𝗨𝗡 𝗣𝗨𝗚𝗡𝗢, 𝗤𝗨𝗔𝗡𝗧𝗢 𝗧𝗘𝗠𝗣𝗢 𝗦𝗔𝗥𝗘𝗕𝗕𝗘 𝗣𝗔𝗦𝗦𝗔𝗧𝗢 𝗣𝗥𝗜𝗠𝗔 𝗗𝗜 𝗩𝗘𝗗𝗘𝗥𝗘 𝗟’𝗜𝗡𝗗𝗜𝗚𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘? Quanti comunicati? Quanti editoriali? Quante lezioni sull’odio? Quanti politici pronti a spiegare che 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗽𝘂ò 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗶𝗿𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝘀𝘂𝗮 𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶𝘁à? E avrebbero avuto ragione. 𝗠𝗔 𝗔𝗟𝗟𝗢𝗥𝗔 𝗗𝗘𝗩𝗘 𝗩𝗔𝗟𝗘𝗥𝗘 𝗔𝗡𝗖𝗛𝗘 𝗣𝗘𝗥 𝗜 𝗥𝗨𝗦𝗦𝗜. Non esiste una xenofobia buona. Non esiste un razzismo tollerabile. Non esiste un odio che diventa accettabile perché la vittima possiede 𝗶𝗹 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 “𝘀𝗯𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮𝘁𝗼”. E soprattutto una ragazza russa 𝗡𝗢𝗡 È 𝗜𝗟 𝗦𝗨𝗢 𝗚𝗢𝗩𝗘𝗥𝗡𝗢. Esattamente come un ragazzo ucraino non è Zelensky. Come un israeliano non è Netanyahu. Come un palestinese non è Hamas. Questo principio o vale sempre, oppure 𝗻𝗼𝗻 è 𝘂𝗻 𝗽𝗿𝗶𝗻𝗰𝗶𝗽𝗶𝗼: è propaganda travestita da morale. Ed è proprio questo il punto che fa schifo. Abbiamo costruito una società che proclama ogni giorno di voler combattere l’odio, ma troppo spesso sembra voler decidere 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗰𝗵𝗶 𝗺𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘀𝗼. Se la vittima appartiene al popolo “giusto”, indignazione. Se appartiene al popolo “sbagliato”, silenzio, distinguo, imbarazzo. 𝗡𝗢. Una diciottenne presa a pugni dopo un insulto legato alle sue origini deve provocare 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗮 𝗶𝗻𝗱𝗶𝗴𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, qualunque sia la sua bandiera. Altrimenti smettiamola di chiamarla civiltà. Chiamiamola con il suo nome: 𝗜𝗡𝗗𝗜𝗚𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗦𝗘𝗟𝗘𝗧𝗧𝗜𝗩𝗔. E quella, dell’odio, è soltanto 𝗹𝗮 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗽𝗼𝗰𝗿𝗶𝘁𝗮. - 𝗗𝗼𝗻 𝗖𝗵𝗶𝘀𝗰𝗶𝗼𝘁𝘁𝗲 #Indignazione #Razzismo #Unità

The decisive vulnerability of a European democracy in 2026 is not technical or military. It is communicative. It is the gap between what an institution knows, what it can say, and what citizens are willing to believe. (translated)

Europa a ratat, în mare măsură, prima revoluție digitală, întrucât beneficiile comerciale rezultate din răspândirea tehnologiilor informației și comunicațiilor au fost captate în mod disproporționat în alte părți. Nu ne putem permite să repetăm ​​această experiență în cazul inteligenței artificiale – cea de-a doua revoluție digitală

Banca Centrală Europeană avertizează că Europa nu își permite să rateze revoluția inteligenței artificiale
www.mediafax.ro

Il caldo resta un pericolo, ma una società che si adatta può salvare vite. I dati ufficiali del SiSMG, il Sistema di Sorveglianza della Mortalità Giornaliera, ci consegnano un messaggio che merita di essere letto con attenzione, nonostante un’estate molto pesante, lunga e spesso opprimente, non emerge finora un eccesso marcato e generalizzato di mortalità rispetto all’atteso. Com'è possibile? Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza, si presta più attenzione agli orari, all’idratazione, agli anziani soli, alle persone fragili, alle allerte ed è proprio qui che l’adattamento climatico smette di essere una formula astratta e diventa prevenzione concreta. Questo non significa che il caldo sia innocuo, sarebbe una conclusione sbagliata e perfino pericolosa ma significa invece che una società può imparare a difendersi. L’adattamento però non può essere lasciato solo alla buona volontà dei singoli, perché il caldo non colpisce tutti allo stesso modo, colpisce prima chi è malato, chi è anziano, chi non può permettersi un climatizzatore efficiente, chi attraversa quartieri senza ombra e senza alberi. Per questo il raffrescamento domestico e il verde urbano devono entrare stabilmente nelle politiche pubbliche come strumenti di prevenzione sanitaria perchè segnano il confine tra una città che protegge e una città che abbandona. La mitigazione resta indispensabile con la riduzione delle emissioni ma nel frattempo il caldo è già qui, nelle case, nelle strade, negli ospedali, nelle RSA e adattarsi non significa minimizzare il problema. Sì, qualcuno è riuscito perfino ad accusarmi di "negazionismo" perché parlo di adattamento climatico. Curioso, perché chiedere città più fresche, case più sicure e persone fragili meglio protette mi sembra esattamente l’opposto del negare il problema. Bisogna guardare in faccia la questione e decidere che il caldo non può essere affrontato ogni anno con comunicati, raccomandazioni e dita incrociate. #CambiamentoClimatico #SalutePubblica #Adattamento

Per chi non si beve tutto. Mentre gran parte del giornalismo italiano si esercita nell’antica arte del copia-incolla da agenzie ONU e comunicati di Hamas, c’è un giornalista in Rai che ha deciso di non farsi dettare la linea da Ramallah. Si chiama Giovan Battista Brunori, e oggi è una rarità: uno che ha ancora la schiena dritta. Capo della sede RAI a Gerusalemme, Brunori ha fatto qualcosa che nel 2025 equivale a un atto di insubordinazione: ha mostrato Gaza da un altro angolo, quello scomodo, quello che smentisce le lacrime facili e la propaganda prefabbricata. Quando il Tg1 ha disturbato la narrazione La settimana scorsa, il suo servizio per il Tg1 ha fatto tremare più tastiere che razzi. Le immagini? Scorte di aiuti umanitari marcite al sole perché “nessuno andava a ritirarle”. La frase? Tagliente come un referto: «Il cibo a Gaza sta avariando perché non ci sono organizzazioni che lo vanno a prendere.» Apriti cielo. Le ONG si sono stracciate le vesti. La sinistra ha invocato la gogna. La Rai? È corsa ai ripari con una replica del Tg3, in pieno stile “scusate il giornalismo”. Ma Brunori non ha indietreggiato. Perché il giornalismo, quello vero, non chiede il permesso prima di disturbare. Sul campo, non su Zoom Giovan Battista Brunori non racconta Gaza da un bar di Ramallah o da un attico romano. Nel 2024 era tra i pochi a documentare l’attacco del 7 ottobre, le infiltrazioni di Hamas, le case distrutte degli israeliani di Netiv HaAsara, a due passi dal confine. Mentre altri parlavano di “resistenza”, lui mostrava famiglie sgozzate, villaggi assaltati, bambini presi in ostaggio. Un crimine? No. Un servizio pubblico. Ma questo oggi basta per finire nella lista nera degli “squilibrati filo-israeliani” (copyright collettivi studenteschi). La colpa di raccontare tutto Brunori non si limita a un copione. Non chiude gli occhi dove serve. Nel caos informativo della guerra Israele-Gaza, è uno dei pochi a non affidarsi alle infografiche dell’UNRWA e ai pianti in slow motion rilanciati da Al Jazeera. E questo lo rende pericoloso. Perché chi racconta tutto, rompe l’incantesimo. Non c’è spazio per i “Mr. Fafo”, i martiri ricorrenti da Instagram, quando si mostra la realtà nuda: tunnel sotto gli ospedali, miliziani travestiti da soccorritori, aiuti bloccati da Hamas per esigenze belliche. Il problema? È difficile smentirlo Brunori ha un curriculum da campo: Afghanistan, Iraq, Libano, Ucraina. Ha vinto il premio Ilaria Alpi (1998), il Premio Feniks (2021) e quello Delio Costanzo (2024). Ma il suo vero trofeo è l’indipendenza. Non lavora per far contenti i partiti. Né le ambasciate. Né le piazze. Parla arabo. Conosce la storia. E quando va in onda, non ha bisogno di urlare per dire cose gravi. In un mondo dove la verità è soggetta al sentiment, Brunori è rimasto fedele alla sostanza. Non piacerà a chi cerca eroi prefabbricati e vittime su commissione. Ma è l’unico in Rai che ancora ti fa cambiare canale perché dice troppo, non perché dice poco. E oggi, questo, è rivoluzionario. Chi non si inginocchia alla propaganda, chi ha ancora fame di giustizia, ti guarda e ti dice: vai avanti. Perché oggi, raccontare la verità è un atto di coraggio. @LuigiGiliberti2 #Giornalismo #Verità #LibertàDiStampa

Karoline Leavitt, the youngest spokesperson for the White House, officially resigns at the end of August to dedicate herself to her children, but her resignation may hide internal tensions and rivalries related to recent events, such as the controversial issue of Trump’s bait plane, the president's declining popularity, and the search for a renewed communication strategy. (translated)

Tensione interne o una ritorsione per essere stata lasciata sull’aereo esca? I retroscena sull’addio della portavoce della Casa Bianca
Marco M.M. Aug 14

Quando gli alberi smettono di essere "il solito discorso" e diventano tema nazionale, vuol dire che forse qualcosa si sta muovendo. Da settimane, in realtà da mesi, scrivo dell’importanza del verde urbano, degli alberi, dell’ombra, dei suoli permeabili e di città progettate per essere vissute anche alle tre del pomeriggio con 38°C. All’inizio, come spesso accade, il tema sembrava quasi secondario. C’era chi liquidava tutto come fissazione e chi vedeva in ogni ragionamento sull’adattamento urbano una specie di strana deviazione dal "vero" dibattito climatico. Qualcuno, con grande fantasia, è riuscito perfino a darmi del negazionista mentre parlavo di alberi, ombra, caldo urbano e protezione delle persone fragili. Una categoria nuova, immagino, il negazionismo fotosintetico. Ora però vedo crescere l’attenzione. Nei media, nelle discussioni pubbliche, tra amministratori, cittadini e anche tra persone che fino a ieri sembravano considerare questi temi quasi marginali. Non mi interessa prendermi meriti che non ho. Il verde urbano non l’ho inventato io e non ho certo portato io da solo l’argomento al centro del dibattito. Però una cosa la penso. Quando certi contenuti cominciano a girare, a diventare virali, quando migliaia di persone riconoscono nella propria strada, nella propria fermata dell’autobus, nella propria piazza rovente quello che stai raccontando, allora un piccolo contributo alla conversazione pubblica può esserci e va bene così. Il punto non è chi lo dice per primo, il punto è che finalmente se ne parli seriamente. Gli alberi non sono arredo urbano, l’ombra non è un dettaglio estetico, il suolo permeabile non è romanticismo ambientalista ed il verde non è un semplice colore da mettere nei comunicati stampa. Cosi come i condizionatori, la natura può e deve diventare una sorta di presidio sanitario per combattere il caldo intenso. Se questa estate pesante ci sta insegnando qualcosa, è che l’adattamento non può restare una parola elegante nei convegni ma deve diventare marciapiedi ombreggiati, fermate vivibili, scuole meno roventi, piazze attraversabili, quartieri che non si trasformano in piastre di cottura. Poi possiamo anche continuare a chiamarci negazionisti a vicenda ma intanto, per favore, piantiamo alberi veri. #VerdeUrbano #Clima #Sostenibilità

Marco M.M. Aug 13

Stiamo per scavallare il Gran Premio della Montagna del caldo A maggio scrissi una cosa in cui credo ancora. Non bisogna vivere l’estate come un incubo, né trasformare ogni aggiornamento meteo in ansia anticipatoria. L’estate va vissuta, per quanto possibile, con equilibrio e serenità. Detto questo, l’onestà intellettuale però viene prima di tutto e questa estate è stata davvero pesante. Pesante per durata, persistenza, umidità, notti tropicali e difficoltà di recupero nelle ore notturne e il mio pensiero va soprattutto a chi non può permettersi un condizionatore in casa. Nel clima estivo che stiamo vivendo, il raffrescamento domestico non è più solo comfort ma per anziani, fragili, bambini piccoli e persone malate è sempre più un presidio sanitario indispensabile. Trovo scandaloso che non sia ancora trattato come tale. Tra la fine della seconda decade e l’inizio della terza decade di agosto si intravede il progressivo arretramento della struttura subtropicale continentale che ha dominato questa lunga fase. Usando il gergo ciclistico, stiamo per scavallare il Gran Premio della Montagna del caldo, non significa trovarsi subito in pianura, ma iniziare lentamente la discesa. Il caldo potrà ancora tornare. Anche settembre, in Italia, può proporre fasi calde importanti. Ma da qui in avanti l’astronomia inizierà a darci una mano, soprattutto di notte. Le giornate si accorciano, il sole perde forza, le ore di buio aumentano e diventa progressivamente più difficile mantenere minime diffusamente estreme, specie lontano dalle coste e dalle grandi aree urbane. La speranza, ora, è che l’autunno faccia l’autunno. Non servono nubifragi, non servono alluvioni, non serve recuperare in tre ore quello che non è caduto per settimane. Servono piogge distribuite, regolari, capaci di rientrare nei suoli e non solo di scorrere via. Le settimane appena passate hanno lasciato terreni secchi, vegetazione stressata e un deficit idrico che tra settembre e novembre sarebbe importante colmare nel modo giusto. C’è poi un punto comunicativo che voglio chiarire. Prevedere con diversi giorni di anticipo una fase anticiclonica calda in piena estate è molto più semplice che prevedere una perturbazione autunnale, una nevicata o una discesa artica in inverno. Il motivo è fisico, un anticiclone estivo è spesso una struttura ampia, lenta, persistente, con masse d’aria estese e segnali termici abbastanza continui. Le perturbazioni, invece, vivono di traiettorie, minimi di pressione, ondulazioni del getto, contrasti termici, interazioni con Alpi e Appennini, richiami umidi, aria fredda in quota e dettagli che possono cambiare anche a 48-72 ore dall’evento. Basta uno spostamento di poche decine o centinaia di chilometri per modificare piogge, temporali, neve, vento e temperature. Per questo alcuni titoli a effetto, quando annunciano caldo e anticiclone in estate, possono anche "andare a buon fine" ma non significa che lo stesso metodo funzioni da settembre in poi, quando l’atmosfera diventa più dinamica e la previsione a lunghissimo termine torna a essere molto più fragile. Il caldo più duro sembra avviarsi verso il suo declino stagionale, non sarà ancora la fine dell'estate ma lentamente ci avviamo a cambiare passo. #Estate #Clima #Temperature

L
lastampa.it Aug 13

Italian Prime Minister Giorgia Meloni shared a video on social media that recalls the communication style of ICE during the Trump era, reaffirming the Italian government's commitment to the expulsion of irregular immigrants and the protection of borders. (translated)

Meloni in stile Trump, il video sulle espulsioni richiama l’Ice: "Difendiamo i confini"